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Articolo di Raffaella Di Marzio

 


 

Figura carismatica e discussa, “Fiore” Tanghetti, 55 anni, fondatrice di una serie di comunità (Associazione Minelli) per bisognosi, sparse nel Bresciano, per dieci anni è stata al centro di un dibattuto caso mediatico e giudiziario.

TanghettiI detrattori e quanti l’hanno trascinata in aula ritenevano che fosse una “santona”, una figura senza scrupoli che avrebbe sfruttato la credulità religiosa dei suoi deboli ospiti per arricchirsi.

La difesa, dal canto suo, aveva portato decine di testimonianze pronte a sostenere la “Fiore”, una benefattrice che avrebbe solo offerto lavoro  e assistenza ai bisognosi.

La Procura se ne era occupata per la prima volta nel 2004 quando, nell’ambito di una causa di separazione dal marito, una ex ospite raccontò  che, fingendosi la Madonna, la Tanghetti si sarebbe servita della manodopera di decine di persone presenti nelle comunità, costrette a lavorare senza sosta e sottoposte a punizioni indicibili.

Il 25 marzo 2013 i legali di Tersilia Tanghetti hanno pubblicato un Comunicato Stampa nel quale si annunciava con soddisfazione il primo passo verso il proscioglimento dall'accusa di riduzione in schiavitù.

Successivamente, nel luglio 2013, il giudice aveva dichiarato il non luogo a procedere per avvenuta prescrizione per quanto riguarda i reati di maltrattamento e sequestro di persona.

A dicembre 2013 la Cassazione aveva respinto il ricorso della Procura contro la sentenza del gup Francesco Nappo che aveva dichiarato il non luogo a procedere per i reati di riduzione e mantenimento in schiavitù. Questa sentenza ha reso definitivo il proscioglimento pronunciato dal gup, facendo cadere così anche i cosiddetti reati fine.

L’ultima accusa rimasta in piedi contro Tanghetti, la presunta "santona" leader di una presunta "setta", ovvero l'associazione a delinquere, è stata archiviata dal punto di vista giuridico dal giudice Vittorio Masia che ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per avvenuta prescrizione.

Il 28 marzo 2014 il processo Tanghetti si è concluso. 

 


 

A proposito della conclusione del processo credo sia utile fare una riflessione sul modo in cui gli imputati sono stati assolti.

Erano tutti accusati di associazione a delinquere finalizzata al "sequestro di persona, maltrattamenti e riduzione e mantenimento in schiavitù" (vedi articolo). 

Essendo stati assolti da tutti i reati per cui, secondo l'accusa, si erano "associati per delinquere", in pratica quest'ultimo reato non aveva più alcuna base per esistere poichè non può esistere il reato associativo (art. 416 c.p.) se non sono stati commessi i reati per cui gli imputati si sarebbe associati. 

I magistrati bresciani avrebbero dovuto assolvere tutti gli imputati dal 416 con formula piena, cioè perchè il fatto non sussiste", oppure "per non aver commesso il fatto", non per "avvenuta prescrizione".  Motivando in questo modo l'assoluzione lasceranno (nella mente degli ignoranti o di persone in malafede) l'idea che si siano salvati dalla condanna solo grazie alla prescrizione.

E', questa, una strategia utilizzata dai magistrati quando si vuole coprire la gravità di processi messi in piedi sul nulla che poi finiscono senza condanne, semplicemente perchè sono state messe alla sbarra persone innocenti accusate senza alcuna prova fondata.

Aspettare i tempi della prescrizione consente di non ammettere il fallimento della Procura competente per quel particolare caso giudiziario, non condanna gli imputati, ma lascia che su di loro, che sono innocenti, aleggi per sempre il sospetto che si siano salvati solo grazie alla prescrizione. In questo modo non saranno mai riabilitati. 


Molto clamore aveva suscitato il caso di una donna disabile che, nell’agosto 2011, secondo i media, sarebbe stata “liberata” dai carabinieri del Comando Provinciale di Brescia durante un blitz compiuto all’alba. La donna sarebbe stata tenuta prigioniera per 20 anni in una casa di accoglienza di Prevalle.

La comunità racconta i fatti in un modo diverso, come si può leggere nell'articolo Liberazione o complotto?

D'altra parte la donna "segregata" non si è mai voluta costituire parte civile, come hanno fatto, invece, altre 17 persone perchè, ha spiegato durante il processo, non era mai stata tenuta prigioniera.

Sul modo in cui i media hanno trattato il caso di questa donna disabile e in generale la vicenda dell' Associazione Minelli, la comunità della Tanghetti, è molto illuminante leggere un articolo pubblicato sul sito della comunità.

Giornali, radio e televisione si occuparono molto del caso con titoli allarmistici  come questo: "Brescia, liberata invalida al 100% prigioniera e schiava di una setta".

 

LA VICENDA SARETTI E I MEDIA

Scritto da Redazione

Ha riscosso grande successo il primo capitolo della vicenda umana e giudiziaria di Emanuela Saretti. Grande, soprattutto, è stata la partecipazione emotiva dei lettori, che si chiedono come possa mai accadere nel nostro Stato di diritto che una persona, già di per sé sofferente, sia costretta, contro la sua effettiva volontà, a lasciare i propri affetti e la propria casa; sia a ciò indotta (si fa per dire) – nei termini che vi abbiamo già raccontato – da un drappello di rappresentanti dello Stato; portata in un luogo sconosciuto, ignoto persino all’amministratore di sostegno. La paura, più che legittima, è la seguente: come è capitato a lei, potrebbe capitare a ciascuno di noi, e non avremmo alcuno strumento di difesa. Di qui l’indignazione dei lettori e la voglia di chiarezza e verità, che anima queste righe.

Peccato, però, che chiarezza e verità siano sostantivi ancora così trascurati nelle pieghe di queste indagini e dei resoconti dei media. Basti pensare che ad agosto stampa e televisione raccontavano che Emanuela era stata “liberata” dai Carabinieri e dal Pubblico Ministero dott. Cassiani, in quanto si trovava in una condizione di schiavitù. Poi, arriva la puntata del 14 ottobre del programma “Mi Manda Raitre”. E qui una prima sorpresa. Il Pubblico Ministero rilascia delle dichiarazioni ai microfoni della trasmissione (l’aula dei Tribunali, in cui sta scritto: “La Legge è uguali per tutti”, è ormai “opzionale”); e sostiene che, visto il primo quadro delle indagini, si era ritenuto di allontanare Emanuela, non valutando più idoneo l’ambiente in cui essa viveva (ricordiamoci che parliamo della casa di due anziani, con figli e nipoti che abitano nell’appartamento accanto; può darsi pure che non sia la famiglia del “Mulino Bianco”, ma non è certo il luogo di detenzione di una schiava). Chi ascolta il Pubblico Ministero ne deduce (e non può dedurre nient’altro) che la Procura della Repubblica, sulla base di qualche norma del vigente codice di procedura penale (che chi ascolta ignora ma che la Procura deve avere certamente applicato), valutata la non idoneità della famiglia ospitante, aveva il potere di trasferire Emanuela e così l’aveva trasferita. Ma a questa dichiarazione del Pubblico Ministero fa da contraltare la voce narrante del servizio filmato, che dice: “Emanuela ha accettato di essere trasferita”.

Ciò significa che, a dispetto di quanto sostenuto dal Pubblico Ministero (ora protagonista anche in televisione, nella peggiore tradizione della Giustizia moderna, cui non ci abitueremo mai), Emanuela non è stata “trasferita” o “liberata”; che, ammessa e non concessa la non idoneità della famiglia ospitante (sempre i due anziani di cui sopra, che

Emanuela chiama da sempre, affettuosamente, “il nonno e la nonna”) la Procura non poteva decidere il trasferimento di Emanuela, e che per questo si è giunti a “convincere” Emanuela a farsi trasferire. Ma da quando – ci si chiede – si “convince” una persona con un drappello formato da Carabinieri e Pubblico Ministero? E questa forma di “convincimento” è mai ammessa dal codice di procedura penale? E questo “trasferimento convinto” quanto può durare? Tutte domande che sono senza risposta. E’ un punto fermo, però, che un libero cittadino di questo Stato è stato “convinto” ad allontanarsi dalla propria casa, non può farvi ritorno, non può incontrare amici e conoscenti, neppure l’amministratore di sostegno, e ciò nella totale assenza di qualunque provvedimento dell’Autorità Giudiziaria restrittivo della libertà personale. Chi risponde – ci si domanda sempre sommessamente – per questa restrizione (senza virgolette) della libertà personale? E poco importa che tale restrizione sia ammantata dalla classica frase “E’ per il suo bene”; perché allo Stato non si chiede un fasullo paternalismo (che può mascherare – come maschera – un gravissimo abuso senza regole), ma l’applicazione delle leggi vigenti (e solo di quelle).

Di questa insanabile contraddizione, però, “Mi manda Raitre” non se ne è avveduta. O, forse, se ne è avveduta ma l’ha taciuta, per meri (quanto squallidi) interessi di bottega. Interessi ben curati, peraltro, perché il servizio di aggiornamento sulla vicenda di Emanuela Saretti irrompe – casualmente – quando il conduttore (il buon Camurri, l’arciere in pectore di tutti i deboli, o, meglio, di tutti coloro che si autoproclamano deboli) annuncia un servizio sugli “extraterrestri” e, a servizio concluso, ha buon gioco nel definire la stessa vicenda di Emanuela come una vicenda “extraterrestre”. D’altra parte, “Mi Manda Raitre” ha scelto fin dall’inizio come schierarsi. L’agone della trasmissione appare da sempre come la Convenzione di Parigi durante la Rivoluzione francese: l’accusato può intervenire, tentare di difendersi, ma il suo destino è già segnato, e le dichiarazioni di voto dei deputati (qui sono il buon Camurri e l’ineffabile Professor Ruffolo) non sono nient’altro che condanne senza appello, senza concessione di grazia alcuna.

La cartina di tornasole sono le due precedenti puntate del 24 giugno e del 01 luglio. Nella puntata del 24 giugno le dichiarazioni delle presunte persone offese sono tradotte in un impressionante filmato, con persone legate ed abusate, così da sostenere visivamente l’impianto accusatorio, e subdolamente incidere, sempre senza appello, nella formazione del giudizio di chi segue la trasmissione. L’immagine truculenta resta ovviamente nella memoria e neppure una sentenza di assoluzione potrà mai reciderla. Ma questa è solo la macchina scenica, sulla quale si muovono conduttore e dichiaranti, in un abile gioco di sponda. Tanto che il buon Camurri scocca, poi, le sue frecce contro i difensori e la criminologa che assistono gli imputati. Prima lascia che il padre di Emanuela ed i suoi avvocati possano affermare, del tutto falsamente, che l’Associazione Minelli, a dicembre dello scorso anno, avrebbe

chiesto l’interdizione di Emanuela. Poi, quando i difensori invocano il diritto di replica per dichiarare che sono stati i genitori di Emanuela a chiederne l’interdizione e che il Tribunale di Brescia l’ha rigettata (e poi ci si chiede perché Emanuela non voglia incontrare i suoi genitori), lascia, sapientemente, che le parole della difesa si perdano nel clangore delle voci dei presenti e nei (a dir poco) spudorati “Non è vero” delle avvocatesse che assistono i coniugi Saretti.

Ma non solo. Perché, sempre issata la bandiera dei senza macchia, nella puntata del 01 luglio il buon Camurri legge una dichiarazione del padre di Emanuela, che protesta, una volta di più, che da vent’anni l’Associazione Minelli impedirebbe sia a lui che alla moglie d’incontrare Emanuela. A questo punto, la difesa degli imputati tenta (ahimè) di leggere un comunicato scritto dell’amministratore di sostegno; comunicato che, pronunce alla mano della Corte d’Appello e del Tribunale di Brescia, smentirebbero i peana del buon arciere in difesa dei Saretti. Accortosi del rischio, Camurri impedisce la lettura del comunicato, adducendo che non sarebbe stato preventivamente reso alla trasmissione (quasi a dire che possa esercitarsi una preventiva censura, ovviamente a senso unico) e lascia, ancora una volta, che la sintesi della difesa affoghi, di fatto, nel vociare degli astanti.

Peccato che “Mi Manda Raitre” non abbia colto l’occasione di essere autentico “servizio pubblico” e di rilevare come, dalla pronuncia della Corte d’Appello, risulti che la madre di Emanuela la incontra da anni in ambiente protetto al Centro Psicosociale di Lonato; che il personale medico ha tassativamente escluso – e la Corte d’Appello ha confermato – che il padre possa incontrare la figlia, perché la figlia (e non altri per lei) ha dichiarato di essere stata abusata dal padre (si può leggere di seguito l’intera pronuncia della Corte d’Appello di Brescia); che l’iniziativa (sciagurata) dei genitori di chiedere l’interdizione della figlia (privandola della sua stessa dignità) ha inevitabilmente inasprito anche i rapporti con la madre, che la figlia ha dichiarato di non volere più incontrare.

La trasmissione è stata denunciata alla Procura della Repubblica competente. Ma nessuna denuncia reintegrerà la sofferenza di chi conosce da anni le vicende di Emanuela Saretti e le vede “decise” con rito sommario dal tribunale mediatico, senza alcuna parità delle armi e, soprattutto, senza alcun rispetto.

 

Venerdì 21 Ottobre 2011 10:56

Agenzia d'informazioni politiche economiche e giuridiche

On-line Nazionale quindicinale (in attesa di registrazione) Direttore Responsabile: Michele d'Arcangelo

 

 


 

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