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Il Decreto vaticano emesso contro padre Gino Burresi, non ancora pubblicato, viene citato ampiamente dal settimanale americano “National Catholic Reporter”.

Oggi, 28 Luglio 2005, Sandro Magister ha pubblicato su espressoonline un articolo sul provvedimento preso contro Padre Gino Burresi già pubblicato su Avvenire.

Nell'articolo Sandro Magister riporta le notizie diffuse dal National Catholic Reporter del 22 Luglio. Ne pubblichiamo di seguito alcuni stralci invitando alla lettura della versione integrale.


La prima sentenza del prefetto Levada fa tremare la Legione

[...]

Padre Burresi, che oggi ha 73 anni, ha fatto parte fino al 1992 degli Oblati della Vergine Maria, un ordine fondato nel 1816 dal sacerdote italiano Bruno Lanteri. Devotissimo delle rivelazioni di Fatima, divenne prete abbastanza avanti negli anni, nel 1983, ma già prima s’era guadagnato una grande fama come mistico e direttore spirituale, oltre che per le stimmate e le visioni. 

In piccolo, la sua popolarità somigliava a quella di padre Pio da Pietrelcina. E neppure troppo in piccolo: da lui accorrevano ogni giorno centinaia di persone in cerca di conforto, dall’Italia e dall’estero, compresi alti prelati, politici, ambasciatori. Dalle lontane Filippine, l’allora presidente Corazon Aquino mandò un giorno un suo messo a far benedire un rosario da quest’uomo in profumo di santità. 

Il suo quartier generale era nelle campagne sotto Tivoli, poco fuori Roma, nella località di San Vittorino, dove ora sorge un vistoso santuario mariano in vetrocemento a forma di cono, edificato con le offerte dei devoti. “Fratel Gino”, come tutti lo chiamavano, riceveva inizialmente in una baracca di legno e lamiera, al posto della quale la congregazione degli Oblati costruì poi un seminario internazionale. Perché padre Burresi era anche un grande magnete di vocazioni alla vita religiosa. 

Finché nel maggio del 1988 prima due, poi altri cinque suoi giovani seguaci ruppero l’incanto. Riferirono ai superiori della congregazione che il sacerdote li aveva attratti più volte nella sua camera e aveva abusato sessualmente di loro. Messi per iscritto, i loro racconti oscillavano tra fascinazione e autocolpevolizzazione [...].

Vagliate queste accuse, i superiori degli Oblati presero una decisione fulminea. Il 6 giugno 1988 imbarcarono padre Burresi su un volo per Vienna e lo trasferirono nel loro convento austriaco di Loretto. E il giorno dopo il superiore generale dell’ordine, l’argentino Julio Cura, rimise il dossier d’accusa al prefetto della congregazione vaticana per i religiosi, che era il cardinale Jérôme Hamer. 

Ma nella stessa congregazione l’allora segretario Vincenzo Fagiolo, futuro cardinale, era un simpatizzante dell’accusato. “Veniva spesso a confessarsi da me”, fece prontamente sapere padre Burresi, che intanto era già scappato dal confino austriaco ed era rientrato in Italia, a Montignoso di Gambassi Terme, in Toscana, diocesi di Volterra, dove tutt’ora risiede. 

Sta di fatto che dal Vaticano misero sotto processo, più che padre Burresi, i superiori degli Oblati, alle cui costole posero un ispettore, Marcel Gendrot, monfortano. Dopo due mesi d’indagine, questi concluse a favore del ritorno di padre Burresi a San Vittorino e con una nota di biasimo a carico dei superiori dell’ordine. 

I quali allora si appellarono a papa Giovanni Paolo II. Il ricorso, in data 22 novembre 1988, riempie tre pagine. Elenca i capi di accusa: atti omosessuali consumati con più giovani, sequestro di persona a scopo di libidine, violazione del segreto sacramentale. Rimprovera all’ispettore Gendrot d’aver insabbiato l’indagine. Chiede al papa di togliere il processo ad Hamer e Fagiolo e di affidarlo invece all’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, oppure a una commissione speciale. 

Il 3 gennaio successivo la risposta: ricorso respinto. Non solo. Padre Cura e gli altri superiori degli Oblati sono dimessi d’autorità. Da ispettore, Gendrot è promosso commissario dell’ordine. Il processo resta nella mani di Hamer e Fagiolo. Unica concessione: un supplemento d’indagine affidato a tre cardinali oggi defunti: Giuseppe Caprio, Opilio Rossi, Luigi Dadaglio. Questi riascoltano uno solo dei sette iniziali testimoni d’accusa, alla fine divenuti undici. E un anno dopo, nel febbraio del 1990, concludono consentendo a padre Burresi di restare dov’è, a Montignoso, e di continuare lì la sua opera, col solo divieto di occuparsi di giovani vocazioni. 

Ma padre Burresi ormai s’è messo in proprio. Nel 1992 lascia gli Oblati e fonda una nuova congregazione, i Servi del Cuore Immacolato di Maria, con ramo maschile e femminile, oggi forte di 150 membri. 

Cinque anni più tardi, però, nel 1997, torna a indagare su di lui la congregazione per la dottrina della fede. Il processo si conclude il 10 maggio 2002 con un decreto firmato da Ratzinger e dall’allora segretario del dicastero, Tarcisio Bertone, oggi cardinale e arcivescovo di Genova. 

La sentenza prende atto che le accuse sono cadute in prescrizione e quindi non condanna né punisce padre Burresi. Ma il rapporto di venti pagine che accompagna il decreto – anch’esso oggi in possesso del “National Catholic Reporter” – ha passaggi che meritano d’essere citati. È firmato dai quattro prelati incaricati delle indagini, presieduti da Velasio De Paolis, oggi vescovo e segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. 

Il rapporto elenca le accuse contro il sacerdote: violazione del segreto confessionale, uso illegittimo delle confidenze avute in confessione a danno del penitente, offesa al buon nome delle persone, violazione del diritto alla privacy, induzione alla disubbidienza contro i superiori, falso misticismo, asserite apparizioni, visioni e messaggi soprannaturali. 

Ammette che i fatti oggetto delle accuse sono caduti in prescrizione. Ma chiede alla congregazione per la dottrina della fede di comminare ugualmente contro padre Burresi delle sanzioni amministrative. Per questo motivo: 

“Non va dimenticato che durante questo processo alcuni [seguaci di padre Burresi] hanno detto che l’accusato ‘uscirebbe da esso trionfante, più rispettato che mai, e quindi senza alcuna ombra, più glorioso di prima’. [Essi hanno detto] ‘che la segreteria di stato difende padre Gino, per cui la vittoria è assicurata’. Se nessun limite fosse applicato alla sua libertà di esercitare il ministero semplicemente per il fatto che le accuse provate sono cadute in prescrizione, probabilmente la sentenza di questa corte sarà usata come strumento di propaganda a favore dell’accusato. Egli sarà in grado di continuare a far danno a quelle persone psicologicamente deboli che si mettono sotto la sua direzione spirituale [...]

Il caso Burresi insegna. Pareva definitivamente archiviato dalla benevola sentenza del 10 maggio 2002. E invece è ripartito e arrivato a una conclusione ben più severa [...]".