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Il «caso» del prete fiorentino: sì alla verità, no alle strumentalizzazioni

di Alberto Migone

 


 

I fatti che in questi giorni hanno riempito le pagine dei giornali vengono da un passato lontano. Le sofferenze, però, di chi ne fu vittima bruciano ancora e vanno guardate con quel rispetto e affetto che ogni dolore sempre merita. Specie se è del tutto innocente. Certo, il male subito non si cancella, ma è possibile – e doveroso – far luce senza nulla coprire né minimizzare su quanto è avvenuto e far giustizia. 

È quello che fa l’arcivescovo di Firenze, il Card. Ennio Antonelli, con una lungo intervento che si caratterizza e si avvalora per una piena e totale trasparenza.

Prima di tutto nella verità sui fatti, espressa con la forza delle parole: si parla infatti, a proposito di quanto avvenuto negli anni 1973-1987 nella parrocchia fiorentina Madonna della Pace, ad opera dell’allora parroco Don Lelio Cantini, di «abusi sessuali su alcune ragazze, di falso misticismo, di controllo e dominio delle coscienze. Misfatti oggettivamente gravi che meritano riprovazione e condanna». Far verità però esige anche che si respinga ogni tentativo, esplicito o subdolo, di coinvolgere nella vicenda persone o istituzioni per intenti che nulla hanno a che fare col desiderio di chiarezza e di giustizia. Come «le insinuazioni e le accuse nei confronti del Vescovo ausiliare, Mons. Maniago». «Chi lo conosce da vicino non può che stimarlo grandemente, così come non si possono non stimare gli altri ottimi sacerdoti usciti dal gruppo che si era formato intorno a Don Lelio».

Accertati i fatti – conosciuti dall’Arcivescovo solo nell’estate del 2005 – la condanna per Don Cantini si è tradotta nelle sanzioni che il Codice di diritto canonico prevede per questi reati. Nell’intervento si comprende che «le vittime nella loro sofferenza ritengano la punizione troppo leggera, ma bisogna tener presente che la Chiesa deve dare testimonianza della divina Misericordia e mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore». Cosa questa che è, del resto, alla base di ogni moderna visione della pena.

Ora nell’auspicio – è questa la conclusione dello scritto di Antonelli – che «la vicenda sia considerata da tutti con realismo e equilibrio e il clamore cessi», si apra per noi il tempo per una riflessione alla luce del Vangelo.

Quando accadono fatti come questi e tocchiamo con mano che anche nelle nostre mura si fanno peccati, si attuano offese per l’altro, per il debole, per l’indifeso rimaniamo attoniti. Tutti noi in questi giorni abbiamo profondamente sofferto nel constatare duramente come fino alla fine dei tempi nella storia grano e zizzania si mescolano. Il cristiano non scaglia pietre ma ne prende atto e si sforza di ridurre il negativo che si porta dentro. Soprattutto sa che per la potenza di Cristo Redentore il male si può vincere ed espiare: per questo cammina da penitente, da persona che chiede perdono a Dio e agli uomini. È un cammino doloroso non sempre compreso e non ci impegna solo come singoli ma anche come Chiesa. Ma è un atto di coraggio, di amore ed è misteriosamente una grazia.

 

Tratto da http://www.toscanaoggi.it/