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Michael Langone è Direttore Esecutivo dell’ICSA (International CulticStudies Association), organizzazione impegnata dal 1979 ad aiutare le persone e le famiglie che soffrono a causa degli abusi e della manipolazione psicologica che si verificano in gruppi settari.

Come ho già ampiamente descritto nell'articolo "Incontro con Michael Langone" pubblicato sia su questo sito che sul mio Blog, il dialogo e lo scambio di esperienze e idee tra coloro che si occupano di fenomeni settari è di vitale importanza.

Dal desiderio di dialogo nasce questa intervista con Michael Langone che ha accettato di rispondere ad alcune mie domande su temi di interesse comune, tra cui quello, molto delicato, della possibilità/opportunità di approvare leggi speciali per combattere le "sette".

Nel nostro paese ci sono state diverse proposte negli ultimi anni e il dibattito è sempre acceso tra persone che la pensano diversamente in proposito.

Ritengo che quello di Langone sia un contributo interessante anche per noi italiani anche se, naturalmente, la situazione europea e italiana si differenziano, per alcuni aspetti, da quella americana.

 


Leggi contro le «sette»?


Intervista a Michael D. Langone

Il dottor Michael D. Langone, Ph.D., di professione psicologo, è direttore esecutivo dell’ICSA (International Cultic Studies Association). Ha fondato e diretto la rivista Cultic Studies Journal (CSJ), e dirige la rivista che oggi ne ha preso la successione, Cultic Studies Review. Ha curato la raccolta di saggi Recovery From Cults.È co-autore di Cults: What Parents Should Know e di Satanism and Occult-Related Violence: What You Should Know. Il dottor Langone si è occupato a lungo di «sette» e ha tenuto numerose conferenze sul tema. Nel 1995, ha ricevuto il Leo J. Ryan Award da quello che allora era ancora l’«originale» Cult Awareness Network (più tardi, l’associazione è fallita e il suo nome è stato acquistato da persone legate alla Chiesa di Scientology) e ha avuto l’onore di essere invitato come Albert V. Danielsen Visiting Scholar alla Boston University.  


INTERVISTA DI RAFFAELLA DI MARZIO

Di Marzio: Qual è la Sua esperienza delle associazioni italiane che si occupano di cult awareness?

Langone: Non ho esperienza diretta della situazione delle «sette» in Italia. Quello che so deriva da letture e da conversazioni con colleghi italiani attivi nello stesso campo. La mia impressione è che la situazione delle «sette» in Italia sia simile a quella di altri Paesi. Alcuni gruppi sono internazionali; altri sono limitati a un solo Paese o a una sola area geografica. Il network di persone che offrono informazioni o assistenza in relazione a gruppi settari è più vasto di quanto ci si aspetterebbe in Italia, forse perché le risorse della Chiesa Cattolica affiancano quelle di coloro che vengono da una prospettiva laica o dalle professioni della salute mentale. La rivista Sette e Religioni aveva pubblicato articoli interessanti. Ci sono stati diversi convegni in Italia. Sfortunatamente, giacché le risorse per la traduzione in questo campo sono molto limitate, poche persone fuori dell’Italia apprezzano quanto gli italiani stanno contribuendo a questo campo.

Di Marzio: In Italia alcuni propongono leggi contro le «sette» o la «manipolazione mentale». Nella Sua esperienza, queste leggi sono davvero utili?

Langone: Per prima cosa vorrei chiarire che la mia posizione su questa materia è personale e non riflette una posizione dell’ICSA. La nostra organizzazione incoraggia la coesistenza di opinioni diverse sul punto. In secondo luogo, mi accosto a questa materia dal punto di vista di un cittadino degli Stati Uniti. Mi rendo conto che le tradizioni legali europee sono diverse e pertanto non presento la mia opinione come un «consiglio» agli europei. Né le mie riflessioni sono una perorazione: sono appunto questo, riflessioni.


Ammetto che il desiderio di fare approvare delle leggi per proteggere le persone dai danni delle «sette» è fondato su motivi di compassione e di indignazione morale.


Tuttavia, quando si valuta una proposta di legge, credo che sia cruciale non lasciarsi dominare dalle emozioni e valutare razionalmente ogni proposta in modo imparziale. Inoltre è necessario guardare non solo alle conseguenze volute di una legge, ma anche alle conseguenze non volute. Una legge che aiuta dal punto di vista A può fare danni dal punto di vista B. Dopo quest’analisi le conseguenze non volute devono essere messe su un piatto della bilancia e pesate insieme alle conseguenze volute.


Per esempio, quando ho cominciato a occuparmi di queste cose alla fine degli anni 1970, alcuni fra i gruppi di genitori che si stavano organizzando negli Stati Uniti si battevano per leggi dette diconservatorship. Queste leggi avrebbero reso più facile ai genitori di giovani maggiorenni membri di una «setta» costringere i loro figli a sottoporsi contro la loro volontà a un periodo di osservazione psichiatrica. Io mi sono opposto a queste proposte – nessuna delle quali è mai diventata legge – perché temevo che avrebbero dato troppo potere agli psicologi e agli psichiatri, e agli stessi giudici, e avrebbero potuto facilmente favorire abusi. Oggi queste proposte negli Stati Uniti non sono più avanzate praticamente da nessuno.

Sono poche oggi le persone negli Stati Uniti che guardano con favore a proposte legislative o leggi che già esistono (per esempio in Francia) che hanno al loro centro la nozione di manipolazione psicologica di gruppo, proposte di legge che possono essere considerate varianti della vecchia norma italiana sul plagio.


In linea teorica io sono aperto alla possibilità che una legge possa essere formulata con tanta cura, e la metodologia di applicazione di questa legge possa essere così attentamente sorvegliata, da rendere le conseguenze non volute e le minacce alle libertà fondamentali minori dei benefici. Tuttavia sono molto scettico sul fatto che un tale scopo possa essere facilmente raggiunto.


Quando parlo con i genitori che invocano leggi che renderebbero un reato il proselitismo tramite la manipolazione mentale, spesso chiedo loro: «Il figlio di quale madre volete mandare in prigione?». In un gruppo intensivo e dedito alla manipolazione sono i seguaci del leader, cioè spesso i figli di quelle madri e padri preoccupati, che si occupano del proselitismo. E sono convinti che quello che stanno facendo sia nobile, non immorale. Ne sono convinti perché sono stati indottrinati nel sistema di manipolazione.


Le ricerche indicano che molti di loro alla fine lasceranno spontaneamente il gruppo, anche se non possiamo prevedere chi se ne andrà e chi no, e quanto ogni singola persona uscirà danneggiata dall’esperienza. Una legge contro il proselitismo attuato con sistemi di manipolazione in effetti si rivolgerebbe contro le vittime di oggi di quei sistemi allo scopo di dare qualche soddisfazione alle vittime di ieri, che a loro volta quando erano nella «setta» hanno giocato simultaneamente il ruolo di vittima e di creatore di vittime.


Mi è ben chiaro che in realtà chi propone queste leggi vorrebbe fare arrestare solo i leader dei gruppi, ma sospetto che questo obiettivo non sia meno difficile da quello di chi si proponesse di colpire la mafia o il traffico di droga arrestando solo i re della droga o i «capi dei capi». Dal momento che le azioni non possono essere imputate solo ai capi supremi e a nessun altro, il danno collaterale di una legge pensata per colpire i leader consisterebbe nel vedere molti genitori in lacrime visitare in prigione i loro figli membri delle «sette».

Lo scetticismo che provo di fronte a queste proposte, che ho descritto molto brevemente, riguarda la loro capacità di raggiungere gli scopi che si propone chi chiede queste leggi. Ma è giusto anche guardare con attenzione alle conseguenze non volute e deleterie che le leggi avrebbero.


Per esempio i Battisti del Sud sono la seconda denominazione cristiana per numero di membri negli Stati Uniti (la prima è la Chiesa Cattolica). Molti Battisti del Sud prendono molto seriamente quella che chiamano la Grande Commissione (l’invito di Gesù Cristo ad andare ed evangelizzare tutte le genti) e consacrano tutta la loro vita all’evangelizzazione. In maggioranza i loro metodi di evangelizzazione sono etici, ma alcuni possono scivolare verso metodi settari (nel 1985 ho curato un numero speciale del Cultic Studies Journal in cui evangelici e altri discutevano l’etica dei metodi d’influenza nel proselitismo; alcuni Battisti del Sud hanno partecipato alla discussione). Tuttavia in alcuni Paesi europei i Battisti del Sud sono sconosciuti, e anche l’evangelizzazione come la intendiamo in America è sconosciuta. Come risultato anche gli evangelizzatori che rispettano l’etica finiranno confusi con i peggiori arruolatori settari, semplice mente perché si dedicano all’evangelizzazione.


Se non sono applicate in modo molto, ma molto cauto le leggi contro il proselitismo fondato sulla manipolazione possono essere facilmente usate per limitare la libertà di persone che sono culturalmente diverse ma non si comportano in modo contrario all’etica.

Di Marzio: So che ha partecipato all’ultimo congresso del CESNUR a Londra. Quali sono le Sue impressioni?

Langone: Il congresso di Londra rappresenta la prima occasione in cui ho potuto partecipare a un convegno del CESNUR, quindi non ho un’esperienza che mi permetta di paragonare questo convegno – co-organizzato dal CESNUR e dall’organizzazione inglese INFORM – ai precedenti.


Mi ha fatto piacere che al convegno del CESNUR sia stata presentata un’ampia varietà di punti di vista, compresa un’interessante sessione con una tavola rotonda di ex-SGA («membri adulti di seconda generazione», cioè ex-membri che sono nati e cresciuti in gruppi settari).


Più in generale negli ultimi dieci anni un certo numero di noi si è impegnato in un dialogo il cui scopo è ridurre la polarizzazione fra «pro-sette» e «anti-sette» nata negli anni 1970 e nei primi anni 1980. Diverse persone, e diverse organizzazioni, si concentrano in questo campo su aspetti differenti. Alcune organizzazioni come l’International Cultic Studies Association (di cui sono direttore esecutivo), si concentrano sul danno causato da alcuni gruppi.


Altre organizzazioni e singoli persone hanno un interesse di tipo più teorico e guardano ai processi sociologici o alle origini storiche dei vari gruppi. Se c’è un riconoscimento condiviso del fatto che il danno esiste, il dialogo tra diversi tipi di organizzazioni e di persone può essere utile, e possiamo imparare gli uni dagli altri, invece che classificarci ed evitarci in quanto «pro-sette» o «anti-sette». Penso che la conferenza del CESNUR abbia riconosciuto che il danno in alcuni gruppi esiste e abbia dato un contributo positivo a questo dialogo.

Di Marzio: Ma il dialogo fra la comunità cult awareness e gli studiosi un tempo definiti «apologisti delle sette» è produttivo?

Langone: Come ho accennato, penso senz’altro che questo dialogo sia produttivo, nella misura in cui coloro che non si concentrano sul danno riconoscono la sua esistenza, e coloro che invece si concentrano sul danno non pretendono che tutti condividano il loro punto di vista.

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