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di Raffaella Di Marzio


La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo stabilisce che i principi professati dal movimento Bhagwan Shree Rajneesh, seguaci di Osho, sono di "sufficiente forza, serietà, coesione e importanza" per essere considerati una credenza religiosa, dunque da tutelare ai sensi dell’’art. 9 della CEDU.

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, del 6 novembre 2008, n. 58911/00 (CASE OF LEELA FÖRDERKREIS E.V. AND OTHERS v. GERMANY), mi sembra molto significativa riguardo all'uso e abuso che si fa comunemente delle parole: "setta" e "manipolazione".

In Germania, a partire dal 1979, è iniziata una campagna promossa dal governo tedesco contro le sette che, secondo la sentenza, ha "potuto avere conseguenze negative" per i seguaci di Osho, che di quella campagna hanno denunciato alla Corte gli abusi.

In particolare i ricorrenti hanno contestato l'illegittimità di quella campagna che il governo tedesco aveva avviato con lo scopo di mettere in guardia i cittadini dai pericoli di adesione alle sette religiose, accusate di avere effetti distruttivi sui propri adepti e di attuare su di essi tecniche di manipolazione.

La campagna promossa dal governo tedesco, avrebbe quindi, secondo la Corte Europea, interferito con i diritti garantiti dall'art. 9 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo che così recita:

 


Articolo 9. – Libertà di pensiero, di coscienza e di religione

Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e direligione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, cosìcome la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credoindividualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante ilculto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.

La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, dellasalute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui.

 


 

I ricorrenti, cioè i seguaci di Osho, hanno denunciato alla Corte Europea la violazione dell'art. 9 della Convenzione.

La sentenza della Corte afferma che:

- L' interferenza risponde agli scopi legittimi di proteggere la sicurezza pubblica, l’ordine pubblico e la protezione dei diritti altrui, infatti, “il numero in aumento di movimenti religiosi ed ideologici nuovi genera conflitto e sottopone a tensione la società tedesca”.

- Secondo la Corte, la campagna avviata contro le sette rispondeva all’esigenza del Governo tedesco di fornire informazioni in grado di contribuire al dibattito tipico di una società democratica in materie di interesse pubblico e di focalizzare l’attenzione sui pericoli derivanti dall’adesione a gruppi religiosi comunemente definiti come “sette”.

- L’interferenza dello Stato tedesco nei riguardi dei diritti della confessione religiosa appellante è da considerarsi, perciò, legittima in virtù di quanto stabilito dall’art. 9, comma 2, che prevede la possibilità di limitazioni all’esercizio della libertà religiosa, che siano motivate dall’esigenza di tutelare la sicurezza, l’ordine pubblico e la protezione dei diritti e libertà altrui.

- I ricorrenti, seguaci di Osho, avevano dato inizio nel 1984 a un procedimento giudiziario contro la campagna del governo, durata fino al 2002, quando la Corte Costituzionale di Germania ha deciso di eliminare nella campagna governativa l'uso dei termini "distruttivo" e "manipolano i loro membri", ma ha anche stabilito che le autorità potessero informare il pubblico con informazioni adeguate sui gruppi religiosi.

Sulla campagna del governo tedesco era già intervenuta la Helsinki Foundation for Human Rights affermando che il termine "sette" usato dalle autorità tedesche aveva una connotazione negativa ed era da ritenersi diffamatorio.

La Corte di Strasburgo ha, inoltre, considerato che il periodo di 18 anni in cui si è svolto il procedimento sia stato troppo lungo e abbia violato l' Articolo 6.1. della CEDU che recita così:

 

Articolo 6 – Diritto a un equo processo

Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente,pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunaleindipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato apronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile osulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti...[...]

 


In conclusione, credo sia interessante leggere la sentenza in versione integrale pubblicata anche su questo sito, poichè essa, da una parte considera legittima l'azione preventiva del governo tedesco che attraverso una campagna informativa diffondeva notizie utili al pubblico, dall'altra ritiene che i principi spirituali di questo movimento (così come quelli di altri) siano da rispettare e tutelare come credenze religiose in base all'art. 9 della Convenzione dei diritti dell'uomo.

In questo contesto termini come "distruttivo", "manipolazione", "setta" sono da evitare, opinione condivisa anche dalla Helsinki Foundation for Human Rights.



Notizia tratta da www.olir.it