Contenuto principale

Gli Dei ritrovati.

Appunti a margine di uno studio sul neopaganesimo.


Articolo di Anna Maria Baiamonte.


 

In un editoriale pubblicato su un sito di ricerca nell’ambito degli studi storico-religiosi, qualche anno fa, ho avuto modo di scrivere:

«Ogni innovazione culturale deve passare attraverso una sorta di ‘censura sociale’ che può decretarne l’accettazione o il rifiuto. Nel caso delle nuove credenze religiose abbiamo constatato come questa censura operi nel senso di un ‘appiattimento’ dei loro contenuti, rinunciando alla comprensione degli specifici significati. Così, tutto diventa una indefinita ‘spiritualità altra’ [‘orientaleggiante’, ‘paganeggiante’, ‘new age’] e si rinnegano le differenze, tutto diventa di poca importanza perché, forse, si ritiene che siano fenomeni ‘isolati’ o ‘di passaggio’. Non si tiene conto, invece, di almeno due questioni importanti: la prima è che, ad un attento esame storico, molti di questi gruppi risultano ormai consolidati [quando non in espansione] e sono, quindi, lungi dall’essere piccoli movimenti senza una struttura precisa. La seconda questione è che, anche qualora un singolo movimento abbia effettivamente avuto una vita breve e si sia ‘estinto’ in pochi anni, non si può per questo prescindere dal fatto che c’è stato: è nato, ha raccolto un certo numero di adesioni, ha creato consensi o dissensi, si è sciolto. Noi ci poniamo dei ‘perché’ ai quali rispondiamo attraverso una analisi storico-religiosa».

RIVENDICAVO, in poche parole, la necessità di uno studio serio e ragionato anche per i cosiddetti ‘nuovi culti’, tanto demonizzati in questa particolare contingenza storica. Perché, in fondo, si ha paura di quello che non si conosce.

L’argomento ‘neopaganesimo’ non può essere esaurito in poche righe, sebbene a volte intervengano esigenze di imprescindibile brevità; il mio criterio storico e la mia formazione antropologica mi impongono, tuttavia, alcune – doverose – precisazioni.

SI pone, innanzi tutto, la questione del termine ‘pagano’, della sua formazione in un preciso momento storico e della sua applicazione – a volte arbitraria – nei più disparati contesti culturali.

Le discussioni etimologiche e interpretative sul termine pagano, in realtà, sono tutt’altro che concluse. Per anni è stata data per certa l’etimologia che rimanda ai pagi, gli abitanti dei villaggi che, presumibilmente, all’epoca della prima diffusione del cristianesimo, opposero maggiore resistenza all’evangelizzazione mantenendo vive le proprie tradizioni culturali. Tuttavia, secondo una più recente proposta di interpretazione che rimanda a Tertulliano [150-220 d.C. circa], il termine paganus sarebbe da porre in relazione all’‘essere civile’, in opposizione al cristiano ‘soldato di Cristo’ - idea cara a una folta schiera di pensatori e Padri della Chiesa dei primi secoli. E se nel medioevo i ‘pagani’ erano gli islamici, dal IV secolo d.C., comunque, il termine va via via a ricoprire il significato di gentile, che, secondo un’interpretazione teologica, designava chi fosse rimasto estraneo alla rivelazione biblica prima e neotestamentaria poi. Si tratta, in definitiva, di una costruzione storica che ha ragion d’essere solo all’interno della nostra cultura ebraico-cristiana.

Mi sembra addirittura retorico, poi, dover puntualizzare che non esiste un solo paganesimo, rischiando di appiattire una varietà culturale estremamente vivace, né un solo neopaganesimo. Per un ulteriore approfondimento, rimando al mio capitolo «Neostregoneria e neopaganesimo» del testo Sette sataniche e occultismo, [a cura di] C. Gatto Trocchi, Newton & Compton, Roma 2005.

ALL’interno di quello che viene spesso chiamato il ‘calderone’ neopagano, rimandando a uno degli strumenti rituali che l’iconografia ama associare alla figura della strega storica, studiosi di vario genere fanno confluire diverse correnti finendo con il fornire l’immagine di un caotico ammasso di tradizioni; correnti che, inoltre, hanno ciascuna un profilo ben preciso. Neppure per il nome ‘neopagano’ è lecito generalizzare, perché non tutti si definiscono ‘pagani’ o ‘neopagani’. Vi sono alcuni gruppi – tra cui, ad esempio, la Hellenic Ethnic Tradition che muove dalla tradizione classica greca ed ellenistica – che rifiutano apertamente questi appellativi perché ancora perpetuerebbero un’accezione dispregiativa mai del tutto superata.

È facile, poi, liquidare il tutto come un – più o meno riuscito – ‘sincretismo’.

Gli antropologi, gli etnologi e, non ultimi, gli storici delle religioni sono molto cauti nell’usare il termine ‘sincretismo’, in quanto si corre il rischio di semplificare troppo il risultato del fenomeno – un elemento culturale sommato a un altro elemento ne crea uno nuovo – piuttosto che porre l’attenzione al contesto in cui è stato possibile il sincretismo stesso. Ancora peggio, non è difficile che questi movimenti siano sbrigativamente definiti ‘irrazionali’ o ‘antirazionali’, senza una legittima spiegazione sul significato di tali appellativi. Forti del retaggio romano che proponeva una distinzione tra ambito ‘civico’ e ‘religioso’, ci siamo ormai abituati acriticamente a pensare per categorie; la tradizione scientista e ‘razionalizzante’ della nostra cultura occidentale, poi, ha via via fatto sì che si consolidasse un’altra dicotomia, ‘razionale-irrazionale’, che corrisponde poi a ‘vero-falso’ e di conseguenza, anche se in modo più sottile, a ‘bene-male’: quello che è scientificamente fondato corrisponde alla realtà, mentre il resto è falso, ovvero non esiste; diventa, insomma, un insieme di ‘superstizioni’, magia spicciola, presunti fenomeni paranormali di sedicenti ciarlatani, cartomanti da quattro soldi, e così via. Ora, mi chiedo, che posto hanno le religioni in questa dicotomia? Rientrano nel ‘razionale’ o nell’‘irrazionale’? e con quale criterio, eventualmente, giudichiamo l’una ‘razionale’ e l’altra no, relegandola nel mucchio delle ‘credenze senza senso’?

Lo scetticismo con cui vengono trattati questi fenomeni culturali contemporanei rischia di banalizzarli, e non è raro leggere, senza mezzi termini, veri e propri giudizi di valore che stridono con un metodo storico serio ed argomentato; la stessa figura della Dea, cultuata nella stragrande maggioranza dei gruppi neopagani-neostregonici, ha di volta in volta un’identità ben precisa: esiste, è vero – in Italia come in tutto il mondo –, una estrema varietà di tradizioni ‘neopagane’, ma non mi sembra scientificamente corretto ritenere che questi gruppi navighino nelle acque dell’ignoranza senza, almeno, una critica verifica sul campo adeguatamente riportata e valutata.

LA maggior parte di questi gruppi – tra cui alcuni ‘attivisti’ ecologisti seguaci di Gaia, la terra ‘divinizzata’ – propongono un percorso e una consapevolezza ‘spirituale’, ma anche umana, che riavvicini l’uomo alla natura. Per questo sono stati spesso tacciati di ‘animismo’.

Da quando Einstein ha formulato la teoria della relatività, però, molte cose sono cambiate nell’ottica della ricerca scientifica. Non ultimo, il criterio antropologico ed etnologico ha via via abbandonato le teorie ‘evoluzioniste’, tanto in voga tra ‘7-‘800 in un periodo di estrema espansione colonialistica dell’Europa che soggiaceva all’equazione per cui ‘la cultura più forte è la cultura più evoluta’ e che vedeva nel ‘buon selvaggio’ una sbiadita ma pur sempre fedele copia dell’umanità delle origini. L’‘animismo’, termine assolutamente privo di senso, categoria anti-storica e astratta, doveva designare allora una particolare ‘forma religiosa’ alla base della scala evolutiva per cui tutti gli oggetti, anche quelli inerti, possiedono un’anima [così ha postulato Edward B. Tylor, 1832-1917].

BISOGNEREBBE poi distinguere la realtà da quello che ci propina la televisione, e mi riferisco a serial tv con protaniste giovani streghe, film e talk-shows di varia natura. Sarebbe un giudizio di valore estremamente svalutante ritenere che i movimenti neopagani e neostregonici siano composti da ragazzine che vogliono emulare i personaggi del cinema e dello spettacolo. Si rischia, qui, di tracciare una panoramica del fenomeno in cui ci sono, da una parte, giovani – donne, non a caso! – sprovvedute, e dall’altra adulti senza remore che le attirano con la promessa di acquisizione di presunti ‘poteri magici’. È scoraggiante, per chi vuol fare una corretta divulgazione scientifica.

UN altro errore che comunemente si commette è quello di confondere neopaganesimo e neostregoneria con altri movimenti esoterici e magico-occultisti. La cosiddetta ‘Legge di Thélema’ [dal greco volontà] è stata postulata da Aleister Crowley e recita ‘fa’ ciò che vuoi’; in realtà, anche il significato della legge thelemica andrebbe contestualizzato e approfondito, ma non è possibile farlo in questa sede. Mi limiterei, allora, a dire che non si tratta di banale istigazione all’infrazione delle regole sociali o al nichilistico assecondare ogni desiderio, bensì di un percorso – iniziatico – che miri allalibertà di conoscere e perseguire la propria volontà.

La Wicca, parte della neo-stregoneria che ha avuto origine intorno agli anni ’50 con Gerald Gardner, ha approvato nel 1974, in occasione del Concilio tenutosi a Minneapolis e capeggiato da Doreen Valiente, il Rede, un ‘manifesto’ che assume valenza morale e che si conclude con l’enunciato ‘se non fa male a nessuno, fa’ ciò che vuoi [and ye harm none, do as ye will]. Le influenze crowleyane del fondatore della Wicca non sono un mistero né un segreto. La Valiente, infatti, ha apportato una sostanziale modifica aggiungendo quel ‘se non nuoce a nessuno’, postulando la teoria per cui ad ogni azione magica ne corrisponde un’altra, triplicata.

È inesatto, quindi, attribuire lo ‘slogan’ a tutti i neopagani, in quanto è una ‘legge’ che contraddistingue solo ed esclusivamente la Wicca e la cui accettazione, inoltre, distingue la Wicca propriamente detta da un’altra branca chiamata ‘stregoneria tradizionale’.

TORNIAMO a chiederci, allora: quali sono i presupposti per cui si distingue una ‘religione’ da una ‘non-religione’? Considerare questi movimenti ‘irrazionali’, ‘stravaganti’ e ‘illogici’, poi, non può non farmi tornare alla memoria tutta una serie di interpretazioni della stregoneria storica come insieme di eventi scatenati dall’‘umoralità’ femminile, dal suo essere ‘lunatica’ in quanto legata costituzionalmente ai cicli delle fasi lunari.

Inesattezze, generalizzazioni, giudizi arbitrari che contribuiscono a creare una sorta di timore e sdegno nei confronti di chi, in modo più o meno ‘colto’, compie un proprio percorso spirituale. E, soprattutto, nei confronti di fenomeni culturali che non possono essere considerati ‘di serie B’, per i quali riaffermo il diritto a una legittimità di studio che ben poche volte, negli ultimi anni, è stata loro dedicata.

Anna Maria Baiamonte