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Traduzione dell'articolo: Dialogue and Cultic Studies: Why Dialogue Benefits the Cultic Studies Field. A Message From the Directors of ICSA (ICSA Today, vol.4, n.3, 2013, pp.2-7)

 

A cura di Simonetta Po

 

NB. Questa è una traduzione in italiano dalla versione originale in inglese. Per eventuali incertezze sulla correttezza del testo si faccia riferimento alla versione inglese originale.

 

Leggi la Recensione di Raffaella di Marzio

 


 

Lettera di Michael Kropveld

L’articolo dei membri del consiglio direttivo di ICSA intitolato “Dialogo e studio dei gruppi settari” pubblicato su questo numero di ICSA Today [Vol. 4, N. 3, 2013] mi è molto caro in quanto, come Direttore Esecutivo di Info-Cult/Info-Secte e membro del consiglio di ICSA, da molti anni promuovo e sollecito apertura e tolleranza per le opinioni diverse.Immagineicsa2

I gruppi con maggiori probabilità di danneggiare le persone sono gruppi chiusi agli estranei e intolleranti al dissenso interno. I loro leader si sentono minacciati dal libero fluire delle informazioni, perciò tracciano confini che definiscano in modo netto chi è “dentro” e chi è “fuori”, ciò a cui i membri possono credere e ciò a cui non possono credere.

La tendenza a proteggere l’identità di gruppo, con il rafforzamento del conformismo interno e l’esclusione dei dissidenti, può manifestarsi in qualsiasi gruppo. Nemmeno le organizzazioni “cult-watch”, quelle cioè che si occupano di monitorare i gruppi settari, ne sono immuni. Chi da anni combatte i danni provocati dai gruppi distruttivi potrebbe sollevare obiezioni al fatto che i convegni ICSA accolgono relatori che non condividono la sua [di ICSA] opinione critica. Ed è sicuramente comprensibile che chi è stato ferito da un gruppo settario possa sentirsi tradito dal fatto che ICSA permette ai membri di gruppi settari o controversi di partecipare ai suoi convegni.

Il problema, però, è che questa tendenza riflette innanzitutto quel preciso modo di pensare chiuso e polarizzato che noi critichiamo negli ambienti settari. In secondo luogo, essa esclude informazioni e opinioni che possono invece correggere convinzioni errate e pregiudizi, informazioni e opinioni che  rafforzano il nostro lavoro e arricchiscono il pensiero di chi tra noi si occupa dei danni causati dai gruppi settari. Ecco perché da anni mi sono aperto a chi mi vede in disaccordo.

Ritengo che l’aver coltivato questa apertura abbia portato benefici alle organizzazioni con cui collaboro. Ed è il motivo per cui sono così lieto di vedere il Consiglio Direttivo ICSA affermare il valore del dialogo.

Il network ICSA non dovrebbe dimostrare l’intolleranza che condanna nelle sette, e non lo fa. A chi sta superando il trauma dell’esperienza in un gruppo settario serve tempo e aiuto per sviluppare la tolleranza, e può attingere forza da un network di persone comprensive e premurose. Tale forza permette a tutti noi di apprendere cose di cui non saremmo venuti altrimenti a conoscenza. 

La nostra convinzione nell’importanza di restare aperti alle visioni diverse è espressa da tutto questo numero di ICSA Today. L’invito al dialogo del Consiglio Direttivo ICSA è un modo per dire che la “via settaria” non è la nostra; che quando ascoltiamo e rispondiamo a tutti i tipi di opinione, siamo più forti. Inoltre, giusto per citare le parole conclusive dell’articolo “Dialogo e studio dei gruppi settari”, nel momento in cui siamo aperti, “potremmo scoprire che le nostre differenze diminuiscono e che la nostra comprensione aumenta.”

 

Michael Kropveld

Fondatore e Direttore Esecutivo

Info-Cult/Info-Secte

Montreal, Canada

 

 

Il dialogo e lo studio del settarismo [Cultic Studies]: perché il dialogo è propedeutico allo studio dei gruppi settari

 

Messaggio dei direttori di ICSA [International Cultic Studies Association]

Nei suoi quasi trentacinque anni di storia, l’impegno della International Cultic Studies Association (ICSA – in precedenza American Family Foundation, AFF1) è sempre andato a favore della libertà di espressione, della libertà di pensiero,dell’apertura e del dialogo. Negli ultimi quindici anni tutto il grande network ICSA ha visto aumentare l’apprezzamento di questi valori. Il cambiamento è evidente in modo particolare ai convegni annuali dell’organizzazione, dove i partecipanti possono ora scegliere se accettare, respingere o approfondire lo studio di un panorama di punti di vista molto più ampio di quanto fosse possibile 30 anni fa. Desideriamo riflettere su questi cambiamenti così che altri possano meglio comprendere e apprezzare sia i motivi per cui accogliamo opinioni diverse, sia i motivi per cui è possibile stimare e rispettare persone con opinioni opposte alle nostre.3

Storicamente, l’ambito di studio sul settarismo4  ha visto polarizzazioni di pensiero e un modo di ragionare in “bianco e nero”. Gli esordi del settore hanno vissuto divisioni in parte scaturite da: a)  la forte intensità dell’impatto emotivo che l’affiliazione a un gruppo settario aveva su alcune persone e b) le reazioni di alcuni accademici alla deprogrammazione e alle proposte per una legge di tutela che permettesse ai genitori l’autorizzazione legale ad allontanare forzatamente i figli adulti da certi gruppi.

Fin dagli anni ’70, quando il settore era nuovo e il termine studi sul settarismo non veniva ancora  usato, si sono creati due schieramenti nettamente delineati: il cosiddetto “movimento antisette” (ACM) da una parte, e un gruppo di interesse di accademici, i cosiddetti “pro-sette”, dall’altra. Entrambi gli schieramenti vedevano la partecipazione di professionisti dell’aiuto (soprattutto di salute mentale, ma anche alcuni rappresentanti del clero), sebbene la maggioranza propendesse per l’ACM poiché era a loro che le famiglie e gli ex membri danneggiati dalle sette si rivolgevano per chiedere aiuto5.

Alcuni definivano i due schieramenti  come “critici” e “simpatizzanti”, poiché le differenze non erano poi così nette e caricaturali come gli stereotipi di entrambe le parti usavano descrivere gli oppositori. (Langone, 2005).

La polarizzazione degli anni ’70 continuò fino a tutti gli anni ’90, anche perché la polarizzazione si auto-rinforza: A stereotipizza B; B si sente offeso e stereotipizza A; A si offende e stereotipizza B con rinnovato vigore, e così via. La stereotipizzazione si acuì quando nella zuffa entrarono anche gli avvocati che in tribunale difendevano i critici o i gruppi, e molti legali decisero di avvalersi della  testimonianza degli esperti. L’onnipresente minaccia di una causa legale rese tutti diffidenti e restii a parlare con “il nemico”.

Alla fine degli anni ’90 gli avvocati si resero conto che, anche quando si vinceva, questo campo era povero di denaro (Georgiades, 2004). Il che alleggerì uno dei motivi di polarizzazione.

La furiosa polarizzazione di quei decenni ha avuto molte conseguenze disastrose, tra cui:

  • mancanza di comunicazione tra gli studiosi dei gruppi e i professionisti dell’aiuto/ psicologi ricercatori che lavoravano con le persone danneggiate da quei gruppi. Benché gli articoli sull’ACM si contino a decine, fino al 1998 soltanto un accademico fece visita alla AFF, una delle maggiori organizzazioni associate al cosiddetto ACM, e quella visita durò soltanto un’ora. I critici delle sette erano altrettanto riluttanti a visitare l’altro “campo”. In poche parole, quando i membri di un campo parlavano dei loro avversari di rado basavano le loro opinioni su quanto appreso dall’aver parlato con tali avversari.
  • Poiché la comunicazione era praticamente assente, nessuno beneficiava della conoscenza e delle opinioni dell’altro campo. Per esempio, i professionisti di salute mentale impegnati con chi aveva subito danni dai gruppi non erano a conoscenza delle grandi declinazioni e mutazioni in atto tra i gruppi stessi e al loro interno, ambito di studio dei sociologi della religione; dal canto loro, i sociologi tendevano a studiare la “foresta” e avevano poca conoscenza o comprensione della pena profonda di alcuni “alberi” di quella “foresta”.
  • Poiché entrambi gli schieramenti tendevano a fare un ritratto caricaturale degli avversari, si svilupparono pressioni – non sempre così sottili – a conformarsi e a essere leali.  A volte diventava difficile anche all’interno dei rispettivi campi esprimere punti di vista che differissero dalla norma del gruppo.6
  • Poiché la ricerca tendeva a concentrarsi o sui resoconti positivi (membri) o sui resoconti negativi (ex membri), ogni campo tendeva a conclusioni unilaterali sul fenomeno settario.
  • Grazie all’accordo praticamente unanime su certi punti di vista, all’interno dei rispettivi schieramenti quelle opinioni venivano a volte considerate come fatti accertati, anche perché erano in pochi a preoccuparsi anche solo di leggere ciò che gli avversari scrivevano.
  • Alcuni gruppi settari, e anche alcuni attivisti antisette, esacerbarono la polarizzazione coltivandosi degli esperti che sostenessero opinioni unilaterali nelle dispute legali.

Sebbene ancora oggi queste conseguenze negative presentino un certo grado di continuità,  c’è stato chi all’interno dei due schieramenti ha riconosciuto gli effetti soffocanti di tale polarizzazione. Eileen Barker, per esempio, descrisse alcuni di questi problemi nel suo discorso di presidenza del 1995 alla Society for the Scientific Study of Religion (SSSR):

Se vogliamo essere onesti e autocritici dobbiamo ammettere che diversi di noi, a volte inconsciamente, hanno reagito alla selettività negativa dell’ACM con una selettività  altrettanto sbilanciata. Offesi da pratiche come la deprogrammazione e la medicalizzazione della credenza, pratiche ritenute delle palesi violazioni dei diritti umani, a volte gli scienziati sociali hanno tenuto per sé certe informazioni sui movimenti perché sapevano che sarebbero state prese, magari fuori contesto, e usate come giustificazioni di quelle azioni e pratiche. La situazione per certi versi paradossale è che quanto più riteniamo che sui NMR si dicano cose brutte e non vere, tanto meno inclini siamo a pubblicare cose vere ma “brutte” su quei movimenti. (Barker, 1995, pag. 305).

La tendenza a cui si riferisce la Dott.sa Barker enfatizza come, quando attaccati dall’altro campo, gli appartenenti a entrambi gli schieramenti cerchino il supporto collegiale. La Barker è molto schietta sull’argomento e le sue osservazioni, con poche varianti, avrebbero potuto essere facilmente applicate al campo dei critici:

La situazione si cristallizza quando un gruppo di scienziati sociali, similmente diffamati, si ritrova agli incontri della SSSR o altrove, e si scambia esperienze. Per certi versi facciamo precisamente ciò che devono fare i membri di un organismo professionale: ci scambiamo informazioni e sottoponiamo a critica il rispettivo lavoro. Ma è possibile riconoscere anche il processo grazie al quale ci creiamo un piccolo e confortevole gruppo di sostegno entro cui collaboriamo alla costruzione di una immagine monolitica dell’ACM, senza valutare a sufficienza le differenze e i mutamenti al suo interno e confermando collettivamente i nostri pregiudizi su di “loro” (ma si veda Bromley e Shupe, 1995). Nella misura in cui reagiamo in questo modo alla reazione dell’ACM nei nostri confronti, incorriamo nel pericolo di ignorare ciò che esso ha da dire e che potrebbe essere rilevante per la nostra comprensione dei NMR [nuovi movimenti religiosi], ma anche – e più significativamente per quanto riguarda l’argomento della presente relazione – di impedire realmente a noi stessi di acquisire una più completa comprensione di come opera l’ACM sulla scena settaria. (Barker, 1995, pag. 307).

La Barker fu la prima a cercare di superare il “grande divario” tra i due schieramenti. Nel discorso di accettazione del premio Lifetime Achievement Award conferitole dall’ICSA nel 2013, la Dott.sa Barker ha detto:

Poiché ero stata molto pubblicizzata come “apologista delle sette”, nel 1998 entrai nella fossa del leone del convegno annuale AFF con grandi timori. Ma Herbert Rosedale mi accolse subito con disarmante cortesia e l’anno successivo, quando tenemmo un incontro di un giorno intero al convegno di Seattle, ognuno con tre sostenitori delle rispettive opinioni, restammo entrambi sorpresi nel constatare quanto molti dei nostri interessi coincidessero e quanto utile e illuminante fosse discutere le nostre divergenze.

Alla fine degli anni ’90 il presidente dell’AFF Herbert Rosedale e alcuni staff e volontari dell’AFF iniziarono un dialogo con i membri della International Society for Krishna Consciousness (ISKCON). Tra i volontari dell’AFF, anche due exit counselor che avevano aiutato diverse persone a lasciare ISKON. Essi fecero presente che in ISKON il rischio di abuso dipendeva in grande misura dalla geografia, poiché la tendenza dei guru al controllo variava in modo considerevole da luogo a luogo. I colloqui con i rappresentanti di ISKON confermarono questa opinione e rivelarono altri problemi interni all’organizzazione. I membri AFF che parteciparono alla discussione si convinsero che entrambe le parti dialogavano in buona fede. 

Al convegno annuale del 1999 a Minneapolis, Minnesota, l’AFF ospitò non senza qualche timore un panel di discussione intitolato: “Le sette possono cambiare? Il caso ISKON”.7 Una delle panelist, l’avvocato Radha Dasi, parlò di diritti umani in ISKON dettagliando le sue lagnanze contro l’organizzazione, a cui restava fedele. La sua relazione fu forse la meglio accolta e la più richiesta dell’intero convegno.

Il dialogo con ISKON, con la Dott.sa Barker e con i suoi colleghi fu liberatorio. Esso dimostrò in modo convincente che la sterile polarizzazione del passato non doveva essere permanente. Persistevano diverse divergenze, ma considerando che per molti anni i due schieramenti si erano lanciati a vicenda degli stereotipi semplicistici, la quantità di punti di accordo era sorprendente. Non eravamo in un episodio di Star Trek dove umani e klingoniani  ugualmente recalcitranti si avvicinano a un tavolo di pace. Eravamo umani e umani che scoprivano quanto avessero in comune.icsa1

Il dialogo iniziato alla fine degli anni ’90 è proseguito e si è ampliato. La comunicazione ha arricchito i punti di vista dei membri di entrambe le fazioni di ciò che era un grande divario, ma che oggi non lo è più.

Friedrich Griess, ex Presidente e attuale membro del consiglio della FECRIS a cui l’ICSA ha conferito il suo premio 2013, da molti anni cerca di avvicinare attivisti, professionisti dell’aiuto e ricercatori. Ha tradotto in tedesco la Group Psychological Abuse Scale (Almendros, Gámez-Guadix, Carrobles, & Rodríguez-Carballeira, 2011; Chambers, Langone, Dole, & Grice, 1994; Langone, 2006) e ha collaborato per portare i professionisti associati ICSA ai convegni della FECRIS. In molti convegni ICSA si è impegnato nel dialogo rispettoso con persone di opinioni diverse. Nel discorso con cui ha accettato il premio Lifetime Achievement Award il sig. Griess, il quale enfatizza la nocività e la natura totalitaria di certi gruppi, ha invitato all’equilibrio:

Sono convinto che il totalitarismo non può essere combattuto con il totalitarismo. Possono esistere modi diversi di combattere il totalitarismo, modi che dipendono dalla cultura, dall’esperienza personale, dal background storico e scientifico, e così via. È importante che associazioni e singoli impegnati a vario titolo nell’assistenza alle vittime e nella prevenzione della diffusione del totalitarismo si rispettino e si aiutino a vicenda. Come hanno spesso affermato le istituzioni europee, è importante comprendere che la libertà religiosa è un valore profondo; non bisogna abusarne per sopprimere i diritti umani e le libertà altrui, va bilanciato.

Abbiamo visto diverse relazioni e tavole rotonde attraversare quella frontiera, oggi non più “pattugliata”. Ciò ha significato che oggi sociologi e studiosi di religione dispongono di una  maggiore consapevolezza della profonda sofferenza che alcuni sperimentano dopo l’esperienza in un gruppo settario. Dal canto loro i professionisti dell’aiuto, gli psicologi ricercatori, le famiglie e gli ex membri sono più coscienti della grande varietà di risposte individuali tra i gruppi settari e al loro interno. Cresce la consapevolezza che molte delle apparenti divergenze sono una funzione delle diverse discipline, che hanno ruoli diversi. I professionisti dell’aiuto e gli psicologi ricercatori si concentrano sulle persone danneggiate, sui sofferenti, ma ciò non significa che si disinteressino di chi non lamenta danni, né che non abbiano a cuore la libertà religiosa.  I sociologi e gli studiosi di religione sono accademici che osservano, analizzano e descrivono i diversi gruppi. Raramente si concentrano sul danno individuale. Questo però non significa che siano indifferenti alla sofferenza delle persone.

Pare crescere il riconoscimento di una conclusione da molti condivisa:

Sebbene i gruppi settari varino molto, un grande corpo di evidenza clinica e un corpo crescente di ricerca empirica indicano che alcuni gruppi a volte danneggiano alcune persone, e che alcuni gruppi hanno più probabilità di altri di danneggiare le persone.8

Si può e si deve discutere rispettosamente della natura del danno, dell’entità del danno, del livello relativo di danno nei diversi gruppi, delle cause del danno, dei modi più efficaci per alleviare quel danno, e così via. Ma ora sembra assodato che quel danno è reale. Per quanto strano possa sembrare ai neofiti di questo campo, tale proposizione rappresenta un progresso; quando il grande divario era veramente grande, alcuni lasciavano intendere che i resoconti di danno fossero tutti destituiti di  credibilità.9     

La frase in grassetto sopra riportata riflette due principi di fondo delle scienze sociali e comportamentali, spesso dimenticati anche dagli scienziati: variabilità e interazione. I fenomeni che gli scienziati socio-comportamentali studiano vengono definiti variabili per un motivo preciso: i loro valori cambiano. Inoltre, persone diverse interagiscono in modo diverso con una particolare variabile. Le dinamiche possono diventare vertiginosamente complesse. Perciò, il guru A può generare più lamentele di danno del guru B; tuttavia ciò non significa che non possano esistere persone felici che seguono A, e nemmeno che non possano esistere persone infelici che seguono B.

Nelle scienze socio-comportamentali le relazioni tra variabili sono complesse e si esprimono nella distribuzione statistica. Tali relazioni non sono come la gravità o le altre leggi della fisica, le equazioni più comunemente associate a predizioni precise e affidabili.

Quando riconoscono la varietà e la complessità delle interazioni di chi segue una setta, gli operatori assistenziali sono in grado di beneficiare delle conclusioni dei ricercatori di psicologia e sociologia. Per esempio, i ricercatori di sociologia e psicologia hanno scoperto che esiste fino al 70 percento di  probabilità che persone nate e cresciute in gruppi settari (adulti di seconda generazione – SGA) se ne andranno una volta raggiunta l’età adulta (Barker, 2013; Kendall, 2006). Altre ricerche indicano che, almeno in certi gruppi, il tasso di disaffezione degli SGA decresce nel tempo, perché il gruppo reagisce alla perdita di membri iniziando ad adattarsi (Barker, 2013). I professionisti di salute mentale hanno descritto i gravi problemi psicologici e sociali che gli SGA spesso affrontano (Furnari & Henry, 2011; Goldberg, 2006). Questi operatori dell’aiuto vedono le persone danneggiate che a loro si rivolgono, ma poco sanno degli SGA che non lo fanno. Alcuni SGA hanno lasciato il gruppo, altri sono rimasti. In entrambe le categorie alcuni potrebbero avere bisogno di aiuto e trarne beneficio. Poiché oggi è possibile il dialogo tra una grande varietà di professionisti e di ricercatori, l’accresciuta comprensione dell’esperienza degli SGA può portare a terapie migliori.

Pertanto, i benefici del dialogo sono il contrario degli effetti negativi della polarizzazione:

  • La comunicazione aumenta la conoscenza, amplia la visuale, migliora la capacità personale di cogliere e comprendere le complesse dinamiche interpersonali di chi ha lasciato un gruppo settario o ancora vi permane, e ci può aiutare a relazionarci in modo migliore con chi ha subito abusi.
  • Quando i gruppi impegnati nell’aiuto e i ricercatori con prospettive e focus diversi aprono le proprie frontiere, avvertiranno meno pressioni a conformarsi e si sentiranno perciò più liberi di sviluppare idee nuove o approcci innovativi alla terapia.
  • Quando si tengono contatti regolari con chi mantiene posizioni diverse sarà più probabile riconoscere le proprie opinioni in quanto opinioni, senza trattarle erroneamente come dei fatti.
  • Quando i confini tra operatori dell’aiuto e ricercatori sono aperti e caratterizzati da molto “traffico frontaliero”, gruppi discutibili o individui discutibili all’interno dei gruppi troveranno meno facile sfruttare la situazione.  

Il dialogo è un processo. Il contenuto del dialogo è secondario rispetto alla buona fede dei partecipanti che cercano onestamente di comprendere le prospettive che non condividono, senza comunque rinunciare all’impegno per la verità.

Il dialogo si basa anche sull’umiltà. Se mi reputo imperfetto, se valorizzo la verità e ho un mio sistema di credenze, allora potrò essere aperto alla discussione con chi non condivide quelle credenze. Ma se non permetto a me stesso di essere messo in dubbio, allora non mi posso correggere.

Permetteteci di concludere con una nota di prudenza. Questo documento esalta il dialogo. Ciononostante, e sebbene il livello del dialogo sia enormemente aumentato rispetto a 30 anni fa, il campo di studio sui gruppi settari presenta ancora dei problemi.

Innanzitutto, da un punto di vista scientifico ci ritroviamo ancora con molte più domande che risposte. In parte la nostra comprensione è ostacolata dalla mancanza di studi multidisciplinari. Sarebbe di grande aiuto se per esempio i sociologi e gli psicologi collaborassero agli studi sui membri attuali ed ex.

In secondo luogo, la tendenza a etichettare gli avversari invece che rispondere alle loro argomentazioni è una tentazione umana naturale a cui tutti possiamo cedere, ma a cui dovremmo cercare di resistere. La stereotipizzazione può essere soddisfacente a breve termine, perché implica meno ragionamento di quanto facciano le analisi che riconoscono le complesse dinamiche dei fenomeni settari. Ma la stereotipizzazione porta inevitabilmente alla polarizzazione, che rinforza la stereotipizzazione. Perciò frasi come “è un antisette” o “è un difensore delle sette” ci dicono molto poco e ci possono molto fuorviare. Più utili delle etichette sono le domande seguite da una discussione in buona fede. “Che cosa dice?” è una domanda più proficua di “a quale categoria appartiene?”.

In terzo luogo, la buonafede è un prerequisito al dialogo proficuo. Credere nella buonafede di una potenziale controparte del dialogo presuppone un livello minimo di fiducia in quella persona. Alcuni individui e alcuni gruppi potrebbero meritare il livello minimo di fiducia necessaria per avviare un dialogo, altri no. Tuttavia, non possiamo decidere chi è meritevole e chi non lo è se non diamo loro nemmeno l’opportunità di dialogare. Concedere questa opportunità implica dei rischi, il tipo di rischio accettato dalla Dott.sa Barker quando si avvicinò alla AFF/ICSA nel 1998. Ciononostante non dobbiamo essere ingenui. Ci può essere qualcuno con cui il dialogo non sarà proficuo. Come è stato scherzosamente detto, “Bisogna avere un mente aperta, ma non così aperta che il cervello caschi per terra”.

Alla fine degli anni ’90, quando gli interessati a questo campo di studio cominciarono ad ascoltare con più calma i portatori di punti di vista diversi, le opinioni cambiarono. Se vogliamo portare avanti i benefici del dialogo dobbiamo evitare di perder tempo e fatica nel discutere ciò che noi o altri potremmo aver detto o fatto in passato, e concentrarci invece su ciò che pensiamo oggi. Lasciamo perdere la sterile polemica e affermiamo invece il valore del dialogo, parlando in modo rispettoso con chi mantiene opinioni diverse dalle nostre. Potremmo scoprire che le nostre differenze diminuiscono e che la nostra comprensione aumenta.

 


 

Riferimenti:

Almendros, C., Gámez-Guadix, M., Carrobles, J. A., & Rodríguez-Carballeira, A. (2011). Assessment of psychological abuse in manipulative groups. International Journal of Cultic Studies, 2(1), 61–76.

Barker, E. (1995). The scientific study of religion? You must be joking! (discorso di presidenza alla  Society for the Scientific Study of Religion). Journal for the Scientific Study of Religion, 34(3), 287–310

Barker, E. (2013). Ageing in new religions: The varieties of later experiences. In K. Baier & F. Winter (Eds.), Altern in den religionen, pp. 227–60. Vienna: LIT Verlag. [Disponibile anche in Barker, E. (2012). Ageing in new religions: The varieties of later experiences. Diskus: The Journal of the British Association for the Study of Religions, 12. Scaricato da http://www.basr.ac.uk/diskus/diskus12/Barker.pdf - si veda pag. 6 e seguenti.]

Bromley, D. G., Shupe, A. D., & Ventimiglia. J. C. (1979). Atrocity tales, the Unification Church and the social construction of evil. Journal of Communication, 29, 42–53.

Chambers, W. V., Langone, M. D., Dole, A. A., & Grice, J. W. (1994). The Group Psychological Abuse scale: A measure of the varieties of cultic abuse. Cultic Studies Journal, 11, 88–117.

Furnari, L., & Henry, R. (2011). Lessons learned from SGAs about recovery and resiliency. ICSA Today, 2(3), 2–9.

Georgiades, P. (2004). Why attorneys don’t want to accept cult-related litigation. Relazione presentata al convegno Understanding Cults, NRMs, and Other Groups, 15-16 ottobre 2004,  Atlanta, Georgia.

Goldberg, L. (2006). Raised in cultic groups: The impact on the development of certain aspects of character. Cultic Studies Review, 5(1), 1–28.

INFORM (senza data). Are new religions harmful? Scaricato da http://www.inform.ac/node/14

Introvigne, M. (senza data). “They came from Zeta Reticuli”: Susan Palmer’s the Nuwaubian nation. Scaricato da http://www.cesnur.org/2010/mi-palmer.html

Kendall, L. (2006). A psychological exploration into the effects of former membership of extremist authoritarian sects (Tesi di dottorato). Brunel University, Buckinghamshire Chilterns University College, England.

Langone, M. D. (1993). Introduzione. In M. D. Langone (Ed.), Recovery from cults: Help for victims of psychological and spiritual abuse, pp. 1–21. New York, NY: Norton.

Langone, M. D. (2001). Cults, psychological manipulation, and society: International perspectives—an overview. Cultic Studies Journal, 18, 1–12.

Langone, M. D. (2005). Academic disputes and dialogue collection: Prefazione. ICSA e-Newsletter, 4(3). Scaricato da http://icsahome.com/view_document.asp?ID=28105

Langone, M. D. (2006). Psychological abuse: Theoretical and measurement issues. ICSA E-Newsletter, 5(1). Scaricato da

http://www.icsahome.com/infoserv_articles/langone_michael_psychologicalabusemeasurement_en0501.htm

Scheflin, A. (1983). Freedom of mind as an international human rights issue. Human Rights Law Journal, 3, 1–64.

Zablocki, B. (1997). Cults: Theory and treatment issues. Relazione presentata a un convegno, 31 maggio 1997, Philadelphia, Pennsylvania.

 


 

Note:

  1. Nel 2004 la American Family Foundation (AFF) ha cambiato il suo nome in International Cultic Studies Association (ICSA). La vecchia denominazione aveva assunto connotazioni politiche improprie che non esistevano nel 1979, quando era stata fondata. Alle discussioni per il cambiamento di nome parteciparono oltre venti persone in uno scambio di e-mail e telefonate durato mesi. Alcuni dei partecipanti alla discussione non volevano la parola “setta” nel nome. La maggioranza pensava però che metterlo avrebbe mantenuto la continuità con il modo in cui familiari ed ex membri del network consideravano la questione. Dopo tutto, erano loro le persone che la AFF cercava di aiutare. La scelta dell’aggettivo cultic [settario] invece del sostantivo cult [setta] fu meditata. L’aggettivo – “di, come, che ricorda, relativo a “setta”” – dimostrava che i partecipanti alla discussione riconoscevano l’ambiguità del termine, ma ne accettavano la sua utilità pratica.
  1. Si veda l’articolo del direttore ICSA e suo ex Presidente, Alan Scheflin (1983): https://docs.google.com/a/icsa.name/file/d/0B7gQLq25IOjMLTNuaVUyWUhMSVU/edit?pli=1
  1. Alcuni hanno avuto difficoltà a comprendere perché durante il convegno 2013 abbiamo assegnato il nostro premio Lifetime Achievement Award a Eileen Barker e Friedrich Griess. Il Lifetime Achievement Award rende onore a chi con il suo lavoro abbia incarnato in misura eccezionale i valori ICSA di apertura, rispetto e dialogo, e a chi abbia dato contributi eccezionali, accademici o di altra natura, al campo degli studi sui movimenti settari. Il Sig. Griess, che è affiliato FECRIS e ha sostenuto i tentativi di approvare leggi destinate ai gruppi settari, si è concentrato sul danno nelle sette mentre la Dott.sa Barker, sociologa e fondatrice di INFORM, si è generalmente opposta a nuove leggi; in alcuni dei suoi lavori si è interessata del danno, sebbene non fosse quello il suo focus. Dal nostro punto di vista, il dialogo riguarda più il processo che il contenuto. Entrambe queste persone hanno cercato di superare le differenze tra i membri del network ICSA e gli esterni al network, entrambe sono state rispettose e aperte alla discussione con chi manteneva opinioni diverse. Le abbiamo volute onorare perché hanno promosso il dialogo, non per il contenuto delle loro opinioni, a volte diametralmente opposte.
  1. Esistono molte definizioni di cult [setta]. Questo documento definisce una setta come “una organizzazione ideologica tenuta insieme da relazioni carismatiche e che esige dedizione totale” (Zablocki, 1997). Tale definizione è compatibile con alcune definizioni di nuovi movimenti religiosi (NRM), ma cult [setta] può riferirsi anche a organizzazioni non religiose. Come definite qui, le sette incorrono nel rischio di abusare dei propri membri, ma non necessariamente lo fanno.
  1. Agli inizi degli anni ’90, i professionisti di salute mentale del network ICSA avevano già lavorato con circa 9.000 membri di setta e loro famiglie (Langone, 1993).
  1. Queste pressioni erano in parte la conseguenza della preoccupazione che “dare credibilità” alla controparte potesse permettere agli avvocati di essere attaccati, o di vedere attaccati i propri colleghi, nelle deposizioni in tribunale.
  1. Una trascrizione di questa sessione, della relazione presentata da Radha Devi Dasi e di molte altre, può essere reperita in un rapporto di gruppo compilato da ICSA nel 2001:https://docs.google.com/a/icsa.name/document/d/1Z-gWYIPv4FRb-uWp4akrZ4CuDsNXnQ0IjKWyLijCu6A/edit
  1. Citazione tratta da Langone (2001, pag. 3). Riconoscimento del punto fondamentale può essere rinvenuto anche in una recensione di Massimo Introvigne (Introvigne, senza data) e sul sito web di INFORM, l’organizzazione fondata da Eileen Barker (INFORM, senza data).
  1. Numerose pubblicazioni, per esempio, si riferivano alle testimonianze di ex membri di setta come a “leggende di atrocità” (es. Bromley, Shupe & Ventimiglia. 1979), ma nessuno ha mai definito le testimonianze dei membri attuali come “leggende di benevolenza”.

 


 

Consiglio Direttivo ICSA:

Carmen Almendros, PhD – Professore Associato nel Dipartimento di Psicologia della Salute e Biologica, Universidad Autónoma de Madrid, Spagna.

Steve K. D. Eichel, PhD, ABPP – Presidente ICSA, ex Presidente della American Academy of Counseling Psychology e della Greater Philadelphia Society of Clinical Hypnosis.

Carol Giambalvo – cofondatrice di reFOCUS, network nazionale di sostegno agli ex membri di setta e Direttore dei Programmi di Recupero di ICSA.

Lorna Goldberg, LCSW, PsyA – ex Presidente ICSA, psicoanalista con ambulatorio private e Preside di Facoltà all’Institute of Psychoanalytic Studies.

Rosanne Henry, MA, LPC – responsabile del comitato salute mentale dell’ICSA e psicoterapeuta a Littleton, Colorado.

Michael Kropveld – responsabile del comitato convegni dell’ICSA e Direttore Esecutivo di Info-Cult/Info-Secte con sede a Montreal, Canada.

Michael Langone, PhD – Direttore Esecutivo di ICSA e caporedattore di ICSA Today.

Alan W. Scheflin, JD, LLM – Professore di Diritto alla Santa Clara University School of Law in California.

 


 

Per approfondire:

Incontro con Michael Langone

Intervista con Michael Langone