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Giorni di quotidiano terrore: l'innesco della malvagità

torri

L’esplosione di sette giovani kamikaze a Londra, avvenuta il 7 luglio 2005, ha significato per noi europei il rinnovarsi delle paure suscitate dal crollo delle Torri Gemelle

di Raffaella Di Marzio

 


 

Introduzione

In questo articolo vengono indicati alcuni dei fattori, presenti nel contesto sociale, che possono trasformare persone comuni e ben adattate al loro ambiente in individui violenti responsabili di stragi minuziosamente e freddamente architettate.Vengono presentate alcune ricerche su questo argomento, come quelle di Zimbardo, Milgram e Bandura.


Inoltre, facendo un riferimento particolare agli atti di malvagità generati da motivazioni religiose - come le stragi causate dai kamikaze e le azioni riprovevoli compiute da persone per obbedienza ai loro leader carismatici - si indica quale può essere il contributo della Psicologia della religione nell'elaborazione di un modello efficace per comprendere il fenomeno e, se possibile, intervenire per prevenirlo.

 

1. Dallo stupore alle domande


Di fronte a questa minaccia, che fino a qualche anno fa era ben lontana dai nostri pensieri, cerchiamo tutti, ciascuno a suo modo, di capire il perché di quanto ci accade, quale sia il rimedio, meglio ancora come si possa prevenire. In realtà sembra proprio che questo genere di violenza sia difficilmente prevedibile, nonostante gli sforzi dei servizi segreti e dei governi di tutto il mondo. Gli studiosi, da parte loro, si impegnano a studiare il fenomeno, ciascuno dal suo punto di vista.

In questo articolo prenderò in considerazione un punto di vista a mio avviso particolarmente importante, quello degli psicologi sociali che esaminano le radici e le conseguenze delle azioni umane, nella fattispecie della violenza e della malvagità. Di fronte alla malvagità umana, che si esprime nelle forme più diverse e che viene perpetrata da persone spesso definite “buone”, “brave”,”gentili”, la prima cosa che colpisce è lo stupore e il dolore attonito dei parenti più prossimi, degli amici, dei vicini che non riescono a comprendere come sia possibile che quella persona, proprio quella che loro conoscono da sempre, sia stata capace di compiere atti tanto distruttivi per sé e per gli altri.


Sappiamo, per esempio, che uno dei kamikaze londinesi era insegnante di sostegno in una scuola elementare e abbiamo letto le parole dei suoi parenti:

“I genitori di Mohammed Sidique Khan, il kamikaze trentenne e padre di famiglia fattosi saltare nella metropolitana di Londra, hanno espresso ‘le più sentite e sincere condoglianze’ alle vittime e hanno affermato che al loro figlio deve essere stato fatto ‘un lavaggio del cervello […]’. Il messaggio arriva all'indomani di quello dei genitori del kamikaze diciottenne Hasib Hussain, che avevano affermato di non essere stati a conoscenza delle ‘attività' del figlio, si erano detti ‘distrutti’ dagli ultimi eventi […]” (Agenzia Giornalistica Italia del 16 Luglio 2005).

In America una serie televisiva statunitense, prodotta dal 2005 al 2006, si basa sull'idea che il terrorismo non è un corpo estraneo agli Usa o un prodotto d'importazione incarnato da figure come i kamikaze dell'11 settembre 2001, ma una scelta che può attrarre anche giovani americani. La serie è denominata Sleeper cell, cellula in sonno, dal gergo investigativo che descrive un nucleo di terroristi in attesa di colpire. Il network televisivo Showtime, in 10 episodi, descrive le gesta di un ricco e biondo studente di Berkeley convertito all'Islam, di un ragazzo francese che studia in California e di un musulmano bosniaco carico d'odio per aver perso la famiglia nei conflitti balcanici degli anni '90.


Le espressioni riportate dalla stampa e attribuite ai parenti dei kamikaze di Londra, assomigliano molto a quelle pronunciare da genitori, amici e conoscenti di persone che, in seguito all’affiliazione a qualche gruppo settario, si macchiano di orrendi delitti per obbedienza ai dettami farneticanti del loro leader carismatico. Non mi dilungo qui a ricordare le numerose stragi già avvenute. Basti ricordare una delle più orribili, quella di Jonestown, nella quale morirono oltre 900 persone, tra le quali molti bambini, avvelenati dai loro stessi genitori per obbedienza a Jim Jones.


Steven Hassan, un ex membro della Chiesa di Moon, che ha vissuto l'esperienza di essere reclutato e condizionato all' interno di un gruppo religioso molto coeso e autoritario, dopo aver descritto le diverse tecniche di cui è stato vittima, afferma, riferendosi anche a esperienze di ex-membri di altri gruppi:

"[...] Le persone sono in grado di ricordare cose orribili, tipo l’essere stati violentati dal leader del culto o essere stati costretti a mentire, ingannare o rubare. Anche se all’epoca erano ben consci di fare qualcosa di grave o di subire violenze, fintanto che erano sotto il controllo della personalità imposta dal culto non riuscivano a gestire una simile esperienza né tantomeno erano in grado di comportarsi diversamente".

Anche questa testimonianza, emblematica e modello per molte altre simili, ci induce a riflettere e a farci quelle domande che tanto ci angosciano in questo tempo più ancora che in altri momenti:

Come è possibile che persone fondamentalmente oneste arrivino a compiere atti moralmente riprovevoli?

Perché persone buone e ben adattate si trasformano in suicidi/assassini soffocando gli istinti più radicati nell’essere umano, come quello della sopravvivenza e della difesa della prole?

 


2. La risposta più facile

Le risposte possono essere diverse a seconda del punto di vista: politico, sociologico, economico, religioso, filosofico ecc.
Gli studiosi di scienze sociali, quando cercano di indagare su questi fenomeni, si dividono sul peso da dare ai fattori individuali e ambientali nel determinare il comportamento umano. Il punto di vista che espongo in questo articolo è orientato a dare maggiore importanza all’influenza dei fattori ambientali.


Tra gli studiosi che hanno svolto studi in questo campo c’è anche Il Prof. Philip Zimbardo, professore emerito di psicologia alla Stanford University ed ex presidente dell'APA (American Psychological Association). Egli ha studiato personalmente il caso dei sopravvissuti del Tempio dei Popoli e dei loro familiari, ha svolto ricerche con ex membri della Chiesa dell'Unificazione, Scientology, Synanon, Chiese di Cristo e anche tra i detenuti delle prigioni di Stanford. Secondo Zimbardo nel mondo scientifico, e al di fuori di esso, si tende ad attribuire la malvagità a fattori individuali, personali, propri del ”malvagio” per antonomasia. A suo parere ciò dipende dal fatto che la nostra società si fonda sull’individualismo: sono gli individui che vengono premiati, così come sono gli individui che vengono puniti.


Guardando le cose SOLO da questo punto di vista il mondo si presenta diviso in due categorie: i buoni, che siamo NOI, e i cattivi, che sono LORO. Ci rassicura il fatto che queste due categorie siano nettamente separate da una linea impermeabile e che non si possa passare dall’una all’altra. Se ne deduce che NOI non abbiamo alcun interesse a capire la motivazione per cui LORO si comportano così male. Così possiamo vivere bene nell'illusione della nostra superiorità morale grazie alla quale evitiamo di pensare che nella situazione sociale esistono degli elementi scatenanti che possono trasformare persone come noi in assassini capaci di compiere atti del tutto estranei alla loro natura.


Diverso, e molto più veritiero, è l’atteggiamento di Alexander Solzhenitsyn, vittima della persecuzione del KGB, il quale diceva che "la linea che separa buoni e cattivi si trova proprio al centro del cuore dell’uomo".


A questa conclusione è giunto anche Victor Frankl, quando ha scritto:

“Da tutto ciò possiamo apprendere che sulla terra esistono soltanto due razze umane, e solo queste due; la razza degli uomini per bene e quella dei poco di buono. Queste due razze sono diffuse ovunque, penetrano e s'infilano in tutti i gruppi. Nessun gruppo è composto esclusivamente da persone per bene o esclusivamente poco di buono. In questo senso non esiste dunque un gruppo di razza pura, e per l'appunto, vi furono persone per bene anche tra le sentinelle. La vita nel campo di concentramento mise senza dubbio a nudo un abisso che giunge fino all'intimo dell'uomo. Dobbiamo stupirci se in questa profondità non appare nient'altro che l'umano? L'umano per ciò che realmente è: un'amalgama di bene e di male! L'incrinatura che attraversa tutto l'essere umano e distingue il bene dal male, raggiunge anche tali profondità e appare dunque anche nel fondo dell'abisso rappresentato dal Lager” (Uno psicologo nei lager, Viktor Frankl, Edizioni ARES, pag. 144).

 


3. Cercando altre risposte


a) Il contributo di Philip Zimbardo

In uno studio pubblicato in in Arthur Miller (Ed.), The social psychology of good and evil: Understanding our capacity for kindness and cruelty, New York: Guilford, 2004, Zimbardo presenta un certo numero di ricerche sperimentali che dimostrano quanto sia rilevante il potere delle situazioni sociali nell’alterare le rappresentazioni mentali e il comportamento di individui, gruppi e intere nazioni. Per fare ciò si rifà alla Teoria del campo di Kurt Lewin, alle ricerche da lui stesso condotte nelle prigioni, agli studi di Albert Bandura sul disimpegno morale e di Stanley Milgram sull’obbedienza. Zimbardo indaga, dunque, su questo problema: come può avvenire che persone buone, definite “normali” vengano reclutate e persuase a comportarsi in modo tanto malvagio?


Contrariamente a chi cerca di individuare i “cattivi" che sono in mezzo a noi per poterli subito identificare secondo quella che è la nostra rappresentazione della “malvagità”, egli tenta di descrivere alcuni dei fattori coinvolti nel processo che porta alla trasformazione di persone buone in individui malvagi e violenti, ovunque ciò accada: in una famiglia, in una scuola, in un partito, in un gruppo religioso, in una nazione, in una prigione ecc.
Zimbardo, pur non negando che le ragioni della malvagità umana possano talora risiedere in complessi infantili non risolti, come sostiene la corrente psicoanalitica, ritiene tuttavia che la malvagità sia troppo diffusa per essere spiegata solo in questo modo. Infatti, non tutti i criminali hanno vissuto la propria infanzia in ambienti violenti e molti criminali non hanno manifestato alcun disturbo di personalità prima del delitto. Ci sono assassini che hanno avuto un’ infanzia felice, che hanno caratteristiche di personalità simili a quelle di qualsiasi altra persona che non ha mai commesso delitti.


Egli critica, inoltre, la spiegazione degli eventi all’origine dell’olocausto data da un team di psicologi (Adorno, Frenkel-Brunswick, Levinson, & Sanford, 1950) secondo la quale esisterebbe la sindrome della personalità autoritaria cioè un insieme di fattori di personalità che sarebbe alla base della mentalità fascista. Secondo Zimbardo questi studiosi hanno sottovalutato quei processi politici, economici, sociali e storici che hanno influenzato e spinto tanti milioni di persone a manifestare odio verso gli ebrei e ad ammirare la forza apparente del loro dittatore. Egli accenna, per esempio, ai programmi scolastici del tempo che hanno indottrinato i tedeschi fin dall’infanzia a vedere negli ebrei una razza inferiore e pericolosa.


Grazie alle sue ricerche Zimbardo ha elaborato una teoria che può essere utile per spiegare i cambiamenti di personalità che si verificano nelle persone che appartengono a gruppi molto coesi. Si tratta della teoria della deindividuazioneSecondo questa teoria gli individui che fanno parte di un gruppo coeso, tendono a perdere l'identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali.
Tale processo fu analizzato in un celebre esperimento realizzato nell'estate del 1971 nel seminterrato dell'Istituto di Psicologia dell'Università di Stanford, a Palo Alto, dove fu riprodotto in modo fedele l'ambiente di un carcere. I risultati di questo esperimento sono andati molto al di là delle previsioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all'interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra loro. Secondo l'opinione di Philip Zimbardo, la prigione finta era diventata, nell'esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, una prigione vera.


La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un'aumentata identificazione con gli scopi e le azioni intraprese dal gruppo: l'individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo. L'importanza e l'attualità degli studi di Zimbardo e di altri ricercatori, è dimostrata dalle recenti vicende riguardanti le torture cui furono sottoposti i prigionieri irakeni nel carcere di Abu Ghraib ad opera di militari statunitensi, durante l'occupazione militare dell'Iraq, iniziata nel 2003. Le immagini diffuse dai media che ritraggono le sevizie e le umiliazioni subite dai prigionieri, risultano drammaticamente simili a quelle prodotte durante l'esperimento dell'Università di Stanford.

 

b) Stanley Milgram e l'obbedienza all'autorità

Un contributo importante agli studi in questo settore viene anche dallo psicologo sociale Stanley Milgram (1933-1984), che, nel 1962, condusse una serie di ricerche sperimentali sul rapporto tra autorità e obbedienza. Pubblicò i risultati delle sue ricerche nel saggio conclusivo “Obbedienza all'autorità”. Lo studio di Milgram partì dall'osservazione del processo che si stava svolgendo in Israele ad Adolf Eichmann, detto “il trasportatore di morte”, l'uomo che organizzava i treni della morte verso i campi di sterminio. Quello che colpì Milgram fu il fatto che Eichmann non sembrava affatto un mostro di malvagità. Per questo motivo egli si chiese cosa può spingere un uomo ‘normale' a commettere simili atrocità.
Le sue ricerche dimostrano che le persone che compiono atti malvagi non sono “mostri”, ma individui comuni appartenenti a tutte le classi sociali. In uno dei suoi esperimenti con persone “normali” il 40% dei soggetti arrivò al punto da infliggere la punizione massima alla sua vittima dietro istigazione di una persona investita di autorità.

Ma perché in determinate situazioni si obbedisce pressoché ciecamente a una autorità anche se quest’ultima comanda azioni riprovevoli?

Secondo Milgram in alcuni contesti le persone obbediscono ad altre persone dotate d'autorità perché si trovano in uno "stato di agente", nel quale l’individuo si sente parte di una struttura gerarchica che diventa responsabile dei suoi atti; egli si serve degli ordini di tali autorità come guida corretta delle sue azioni. Si attuerebbe così una deresponsabilizzazione del soggetto e una responsabilizzazione della struttura sociale a lui sovrastante. Naturalmente l’autorità in questione deve avere determinate caratteristiche di attendibilità che le vengono attribuite per diversi motivi:


- perchè possiede conoscenze superiori che la rendono molto “credibile”
- perché è dotata di un forte potere decisionale, capace di conferire "ricompense" o "punizioni"
- semplicemente perché rappresenta la figura dell’Autorità, che ci viene trasmessa fin dalla nascita.


Milgram si chiede con quali modalità una persona “autorevole” riesce a convincere qualcun altro a compiere atti immorali. Alcune di queste modalità sono:


1) Presentare una giustificazione accettabile o una spiegazione razionale utile a giustificare l'azione immorale. Ciò avviene grazie alle "ideologie," come per es. giustificare una guerra perché serve alla "sicurezza nazionale," alla “preservazione della razza”, alla “difesa dei propri territori” ecc.
2) Obbligando la persona ad accettare un contratto, per iscritto o verbalmente
3) Attribuendo alle persone dei ruoli da giocare in accordo con i loro valori precedenti
4) Convincendo le persone che la responsabilità delle loro azioni sarà attribuita in parte o del tutto ad altri
5) Ordinando azioni immorali inizialmente molto lievi per arrivare gradatamente e quasi impercettibilmente a quelle più gravi
6) Modificando gradualmente le caratteristiche dell’autorità che, da giusta diventa ingiusta, da ragionevole a irragionevole
7) Rendendo molto alti i “costi d’uscita” dal gruppo in diversi modi tra i quali quello di vietare il dissenso etichettandolo come disobbedienza


I risultati di questi studi, unitamente all’evidenza dei casi innumerevoli di persone manipolate e indotte a compiere atti riprovevoli dietro istigazione di una presunta autorità superiore, ci inducono a riflettere sul concetto stesso di “autorità”. Sta di fatto che anche un' autorità legittima può essere immorale e chiedere ai suoi sottoposti di compiere azioni immorali. Quello che conta per una persona libera, in quanto tale, non è prendere per buona qualunque autorità per il solo fatto che essa è “legittima”. Questa valutazione va infatti integrata con un’altra, molto più ampia e significativa, che investa l'eticità e, quindi, la liceità del suo agire in rapporto al raggiungimento di un fine altrettanto lecito.

 

c) Albert Bandura e il disimpegno morale

Un altro modello interessante nell’ambito di questi studi è quello del disimpegno morale, elaborato da Albert Bandura (1988). Questo modello specifica le circostanze in base alle quali chiunque può arrivare a comportarsi in modo immorale, persino coloro ai quali si attribuisce di solito un alto livello di moralità. Anche le persone più attente ai valori morali possono manifestare comportamenti violenti e distruttivi nei confronti di altri esseri umani o delle cose: a causare queste azioni ci sarebbero meccanismi cognitivi che implicano:


- giustificazioni morali
- uso di eufemismi per descrivere condotte violente altrimenti indescrivibili
- tendenza a minimizzare e ignorare gli effetti e le conseguenze delle proprie azioni
- deumanizzazione della vittima


Secondo Bandura la violenza non è solo quella che proviene dalla spinta di impulsi sfuggiti al controllo della coscienza, ma è anche, molto spesso, frutto di ragionamento consapevole e dell’interpretazione che si dà di una determinata realtà.

 

4. Socializzare nella malvagità

Abbiamo già accennato ai programmi di indottrinamento studiati appositamente per i bambini tedeschi attraverso i quali si instillava in loro l’odio per gli ebrei. Qualcosa di simile avviene oggi anche nei riguardi dei giovani kamikaze, pacifici studenti palestinesi trasformati in bombe suicide/omicide contro gli israeliani. Contrariamente a quanto si pensava, non si tratta di giovani ignoranti, poveri, disadattati e senza futuro. Molti di loro sono studenti di successo che hanno un futuro davanti a sé, intelligenti e ben adattati al loro ambiente.


Ariel Merari, uno psicologo israeliano che ha studiato questo fenomeno per molti anni, descrive le caratteristiche di questi giovani e dell’indottrinamento che subiscono. Tutto comincia quando i giovani vengono individuati da membri adulti di qualche gruppo estremista. L’individuazione dei probabili candidati al martirio avviene grazie al fatto che questi giovani si fanno notare per il loro fervore patriottico che manifestano apertamente con dichiarazioni fatte a qualche raduno pubblico contro Israele, oppure con il sostegno attivo che danno a qualche causa islamica.

Una volta individuati questi giovani sono invitati a discutere dei loro sentimenti e del loro desiderio di agire contro l’odiato Israele. In seguito inizia l’addestramento. Coloro che proseguono vengono inseriti in un piccolo gruppo di 3 o 5 giovani tutti con le stesse caratteristiche, ma a diversi stadi di indottrinamento. Alla fine inizia il vero e proprio addestramento che li porterà, attraverso un cammino progressivo, a diventare kamikaze.


Esaminando questo programma di addestramento dal punto di vista della psicologia sociale si nota subito che esso si basa su un’insieme di principi psicologici conosciuti e oggetto di studio da alcuni decenni. Si tratta di una forma di persuasione che, sulla scorta di motivazioni personali e grazie alla pressione del gruppo e del leader addestratore, riesce a trasformare l'odio e il delirio collettivo, in un serio e calcolato programma di indottrinamento e addestramento per quegli individui destinati a diventare kamikaze. Non c’è nulla di insensato in tutto questo, ma solo una mente che pensa e guarda alla realtà diversamente da come fa la maggior parte delle persone, sostenuta da una sensibilità ed emotività particolari.

 

5. La risposta più difficile

Sappiamo con certezza che il comportamento umano è il risultato dell’interazione tra caratteristiche individuali e influenze culturali e sociali.
Secondo Zimbardo riconoscere che l’ambiente ha un forte potere sull’individuo non significa scusare chi compie azioni malvagie, piuttosto fornisce quella conoscenza utile a spostare l’attenzione dall’inutile tentativo di modificare i comportamenti malvagi verso interventi più radicali per scoprire le reti di cause che dovrebbero essere conosciute ed eliminate per evitare che quei comportamenti si ripetano.
E’ necessario comprendere che un certo numero di fattori sociali può funzionare come motore irresistibile del nostro comportamento con una forza superiore a quella che possiamo immaginare. Tra questi fattori ci sono, per esempio, il ruolo di un individuo, le norme e l’identità di un gruppo, l’anonimità, i modelli sociali, la presenza di un’autorità, i simboli di potere, le pressioni, i significati, le immagini stereotipate ecc.


Gli studi svolti, inoltre, spingono gli psicologi ad assumere un atteggiamento di osservazione umile verso quegli atti di malvagità che appaiono senza senso e inimmaginabili. Di fronte a queste azioni, invece di mettersi subito dalla parte di chi si distanzia inorridito, è necessario rendersi conto che anche noi forse ci saremmo comportati nello stesso modo se ci fossimo trovati nelle medesime situazioni. Le nostre azioni, da questo punto di vista, sarebbero orientate a comprendere le cause e non semplicemente a vendicarci.


Riferendosi ai terroristi Zimbardo dice che la guerra al terrorismo non potrà mai essere vinta se l’unica azione intrapresa è quella di trovarli ed eliminarli, poiché chiunque, ovunque, in qualsiasi momento si può diventare un terrorista. E’ solo comprendendo i fattori scatenanti del terrorismo che si possono intraprendere azioni che mirino a raggiungere, comprendere e cambiare i sentimenti, le motivazioni e le ragioni dei potenziali terroristi. Non è un'operazione semplice, ma essenziale, che richiede l’applicazione di conoscenze ed esperienze frutto degli studi e delle ricerche già compiute nell’ambito della psicologia sociale e la realizzazione di un piano a lungo termine che permetta di arrivare al cambiamento di attitudini, valori e comportamenti.
Se riconosciamo che nessuno di noi è un'isola, che siamo tutti parte del genere umano, che siamo tutti vulnerabili agli influssi esterni, l’umiltà può prendere il sopravvento sull’orgoglio e sulla sete di vendetta.

 

6. Conclusione

Gli eventi successivi all’11 settembre hanno costretto molti studiosi a porsi le domande di fondo sul perchè di tanta malvagità umana, in particolare su quella che si fonda, almeno in parte, su motivazioni religiose.
Questo tipo di malvagità si manifesta drammaticamente nelle azioni dei kamikaze, ma si presenta anche in forme meno evidenti negli atti compiuti da individui indottrinati e manipolati all'interno di gruppi religiosi settari e violenti.
Di questi fenomeni si occupa una delle branche della psicologia che applica i metodi e gli strumenti della psicologia al comportamento religioso: la Psicologia della Religione.
Uno dei rappresentanti più qualificati in questo settore, il Prof. Mario Aletti, dopo la distruzione delle Due Torri, si è chiesto dove fossero gli psicologi l’11 settembre e la risposta, metaforicamente significativa, è stata: erano “dentro le torri” invece che all’esterno:

“Eppure…fuori dalle torri c’erano due terzi dell’umanità” ed è quindi più che mai necessario che la psicologia si occupi anche della psiche delle minoranze, di “coloro che vivono “fuori” dalle torri ed hanno una visione della vita, un apprezzamento della vita, propria ed altrui, molto diversa da quella degli inquilini e proprietari delle torri”.

Accanto a questo onesto “mea culpa”, proprio di chi è attento a cogliere nella realtà, anche la più orrenda, segnali di speranza e vie possibili di soluzione, sarebbe auspicabile una simile presa di coscienza anche da parte di chi si occupa di combattere il terrorismo e il fanatismo religioso in tutte le sue forme, piccole e grandi.
Un’azione efficace contro questi fenomeni legati in vario modo al comportamento religioso degli individui, non dovrebbe limitarsi ad operazioni di polizia che sono ovviamente indispensabili, ma non sufficienti.


Un’azione parallela a questa dovrebbe includere il coinvolgimento nella lotta al terrorismo anche di studiosi qualificati che siano in grado di porsi con distacco di fronte al fenomeno perché la repressione deve andare di pari passo con la prevenzione e la prevenzione non si può attuare senza la conoscenza del fenomeno e delle ragioni per cui si manifesta. Gli psicologi della religione, studiosi poco presenti sui media, ma molto attivi in ambito accademico, sia a livello nazionale che internazionale, possono e devono essere chiamati in causa in questo momento storico.
La Psicologia della Religione, infatti, si occupa sia dell'atteggiamento religioso nelle sue forme "benevole" sia in quelle purtroppo devianti, lì dove è importante riuscire a comprendere come agiscano quei meccanismi di persuasione che riescono a trasformare persone "comuni" in operatori di malvagità.


C'è più che mai bisogno di studi scientifici in questo settore per trovare le risposte giuste alle domande che tutti continuiamo a farci, domande alle quali è ormai molto urgente rispondere dal momento che, oggi, nessuno di noi può affermare di "sentirsi al sicuro".

 

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