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Un approccio psicologico al Fondamentalismo


Di Mario Aletti, pubblicato in Psicologia della religione-news,7(2) Mag.-Ago. 2002, pp. 1-3.


L’approccio più vasto e approfondito al feno­meno del fondamentalismo è l’imponente opera The Fundamentalism Pro­ject curata, per conto dell’American Academy of Arts and Sciences, da Martin E. Marty e R. Scott Ap­pleby (Chicago University Press, 1991-1995). I 5 ponderosi volumi (dei 6 inizialmente previ­sti) raccolgono i saggi di 75 diversi stu­diosi.

Il concetto di fondamentalismo cui fanno riferimento gli autori dei singoli contri­buti non è univoco. Tuttavia, un saggio con­clusivo di Almond, Sivan e Appleby riesce a delineare un fundamentalism cross-cultu­rally, che rintraccia le componenti ideologiche ed organizzative caratterizzanti e comuni ai modelli sottesi alla maggioranza dei contributi.

Ne esce così il modello di un fondamenta­li­smo “mediano” che, sotto il profilo ideolo­gico, presenta queste caratte­ristiche: 1. Reazione alla margi­nalizzazione della religione. 2. Seletti­vità, sia delle credenze fondamentali da difen­dere, sia degli aspetti della “modernità” e degli av­versari da combattere 3. Ma­nicheimo mo­rale. 4. Assolu­tezza ed inerranza dei testi sa­cri. Sotto il profilo orga­nizzativo, il fonda­mentalismo è caratterizzato da: 1. Apparte­nenza elitaria per una chiamata privilegiata. 2. Confini netti e ri­gidi tra “dentro” e “fuori”. 3. Struttura organizzativa autoritaria. 4. Alcuni requi­siti comportamentali standardizzati e pre­cisi.

 

Verso modelli psicologici

Colpisce che gli approcci e i modelli del Fun­damentalism Pro­ject siano quasi esclusiva­mente sociologici, con l’unica eccezione del saggio psico-sociale della Hoffman, una sorta di metanalisi sul fondamentalismo musulmano.

L’approccio psicologico potrebbe aiutare, in­tanto e preliminarmente, a rispondere a una questione generale. Il fondamentalismo è ca­ratteristica storico-culturale, di qualche specifica religione, oppure atteggiamento psicolo­gico, ombra costante, deriva sempre possibile, all’interno di ogni credo religioso?

Il socio­logo e lo storico sono, naturalmente, più at­tenti al primo aspetto della questione, lo psi­cologo al secondo. Lo psicologo della reli­gione, infatti, è interessato al processo psico­logico che costruisce l’atteggiamento verso la religione; più che alle religioni nelle loro spe­cificità contenutistiche. La dicitura “Psicologia delle religioni” (al plurale) che in qualche am­biente è parso aprire ad una dimensione plura­listica e meno confessionale, in realtà dimentica la specifi­cità dell’approccio psicolo­gico che è rivolto, per dirla con Winnicott, non all’oggetto, ma all’“uso dell’oggetto”. Perciò prefe­riamo anche parlare del fondamentalismo (al singolare), che si manifesta nei diversi fon­damentalismi religiosi, ac­certabili sia nelle forme istituzionali che nella reli­giosità individuale.

Ciò comporta l’elaborazione di modelli psi­cologici che si focalizzino sul vissuto del fon­damentalismo, e sulla sua interazione con gli altri vissuti psichici e sul suo significato per la strutturazione della personalità.

Ad esempio, dei modelli genetico-strutturali potrebbero rispondere alla questione su come si diventa fondamentalisti. Chiarendo i rap­porti tra la religione di riferimento e le sue manifestazioni fondamentaliste. Osservando, in una prospettiva psicologica, è cioè dal punto di vista dell’individuo e del suo vissuto, origini, strutture, processi, dinamismi, per­corsi, conflitti ed esiti dell’atteggiamento fondamentalista. Questa ricerca di modelli dall’interno, potrebbe anche orientare una lettura del fondamentalismo dal punto di vista di un fondamentalista. Non necessariamente (ma perché no?) fatta da un fondamentalista ma da uno studioso che ne colga e rispetti l’intenzionalità intrinseca. (A margine, un quesito intrigante: può uno psicologo, uno psicoterapeuta, uno psicoanalista, essere fondamentalista?)

Si mirerà, inoltre, a modelli validati da una corretta ed adeguata verifica, ispirata al principio che una buona ricerca deve essere guidata da una buona teoria. Quando si tratti di ricerche empiriche, esse, ovviamente, dovranno rispondere agli usuali criteri scientifici: validità, attendibilità, ripetibilità, pubblicità.Va peraltro osservato che una ricerca sul fondamentalismo religioso tenderà ad essere piuttosto osservativa e correlazionale che non propriamente sperimentale, sia per problemi metodologici, sia per riserve etiche. Anche in questo campo, molte sono le novità e i progressi.

Il collega Germano Rossi, docente di Metodologia della ricerca, sta elaborando uno studio sugli strumenti di misura e di interpretazione del fondamentalismo, di cui darà conto al convegno di Torino. Modelli desunti dalla teoria psicoanalitica e validati nella pratica clinica potranno poi mettere in luce i dinamismi profondi che motivano ed alimentano nell’individuo il fondamentalismo. Esempi di estremo interesse (sia di modelli, che di casi clinici) sono riportati nel volume Psicoanalisi e religione, pubblicato in questi giorni dal Centro Scientifico Editore.

 

Qualche proposta per la discussione

Per parte mia, vorrei anzitutto richiamare l’importanza del modello che, a partire da Winnicott, vede la religione come fenomeno transizionale ed indica il fondamentalismo come la riduzione delle “cose” religiose ad oggetti-feticci. Se ne è già parlato su altri numeri di questo Notiziario e non è il caso di ripetersi.

In una prospettiva non psicoanalitica, un contributo per un avvio di discussione sul fondamentalismo potrebbe venire da un modello genetico-strutturale che chiamerei dell’Autoreferenzialità acritica. E che mi pare applicabile sia ad alcuni atteggiamenti verso il testo sacrosia alla tendenza ad attribuire un valore discriminante, appunto “fondamentale” all’esperienza.

Il richiamo alla sacralità del testo è una caratteristica rintracciabile in tutte le forme di fondamentalismo, al punto che molti studiosi lo assumono come elemento caratterizzante. Dal punto di vista genetico-strutturale, si potrebbe pensare al fondamentalismo scritturale come sostenuto da una dinamica di testualità-intratestualita,

Il testo è sacro in quanto di origine divina e, spesso, manifestazione autorivelativa di Dio stesso e indicazione normativa di ogni rapporto dell’uomo con Dio, con se stesso e con gli altri uomini. Testo vero in se stesso e per se stesso, è altresì fonte e misura di ogni altra verità. Contiene una verità non negoziabile, perché intrinseca al testo, a prescindere dal rapporto che l’uomo vi intrattiene. Il fondamentalismo scritturale è, per certi aspetti, l’antitesi di un’ermeneutica costruttivista. Questa testualità è sostenuta e confermata da un rigoroso principio di intratestualità. Il testo contiene sia la rivelazione sia la sua interpretazione. Il testo sacro si commenta e si giustifica da sé, per una sorta di continuo embricarsi di rimandi interni e speculari. Anche quando il testo non deve essere preso alla lettera (non è esatto - infatti - identificare il fondamentalismo scritturale con il letteralismo) i criteri della interpretazione (ad es., letterale o simbolica) sono dettati dal testo stesso.

Il principio di intratestualità comporta che non esistano fonti esterne e misure esterne della bontà e della validità del testo. Non esistono altri valori, né vissuti e convinzioni personali, su cui misurare il valore della parola divina, letta in chiave fondamentalista. Paradossalmente, la contraddittorietà della parola sacra con la ragione umana, il buon senso comune ed anche il sentire etico, viene interpretata come una prova della sua validità Ciò spiega perché si possa giungere all’estremo in cui uccidere, o sacrificare la propria vita, possa essere assunto come una missione divina.

In questo caso, appare del tutto inadeguato, anche se “politicamente corretto” impostare una discussione dottrinale sull’esegesi del testo (del tipo “Nel Corano/Vangelo non è scritto questo”). Il questionare si protrae all’infinito se non si incontra il nucleo fondamentale che è la dinamica psicologica che sostiene la scelta fondamentalista: il feticismo del testo, il bisogno di assumere un valore assoluto, esterno e quindi sottratto ad ogni ulteriore considerazione soggettiva, razionale e valoriale, ad ogni assunzione responsabile e personale del proprio orientamento etico, ad ogni appello del dio che parla al cuore dell’uomo. Il rischio della ricerca e della fede è, qui, sostituito dalla certezza del possesso della verità e dall’arroganza nell’imporla.

Naturalmente tutto questo ha un suo significato psicologico, che andrà esplorato. Il feticismo è una relazione con un oggetto parziale, ma è sempre un appagamento di un bisogno. Questa funzione di appagamento rimanda anche alla lettura freudiana dell’“illusione” che, basata sul desiderio, rinuncia alla verifica dall’esterno e con altro metodi e persino al confronto con le esigenze razionali. Ciò può conferire intensità emotivo-affettiva all’agire umano ma può anche, in qualche caso, sporgersi pericolosamente sul versante del distacco dalla realtà, secondo il multiforme rapporto del desiderio con la realtà. E può arrivare, sul versante patologico, alla rinuncia alla propria vita e ad abdicare alla propria solidarietà verso gli altri, magari scelti come bersaglio del gesto terroristico.

Una “religione” che produce questi effetti deve poter essere valutata con criteri che sono esterni alla religione stessa. E il credente, per parte sua, potrà farlo con la certezza che la verità del suo Dio non può essere in contrasto con la verità profonda dell’esperienza umana: il rispetto della vita, della libertà, dell’appello etico che risuona nella coscienza individuale.

Una seconda manifestazione di autoreferenzialità acritica è individuabile nella assolutizzazione dell’esperienza come criterio “intratestuale” della verità del discorso religioso del proprio gruppo di appartenenza. E’ una forma facilmente riscontrabile specie nei Nuovi Movimenti Religiosi, ma anche nelle religioni tradizionali, o in qualche gruppo all’interno di esse. Si tratta di un’esperienza assolta dall’obbligo di giustificare se stessa, sulla base della convinzione che la verità è evidente per se stessa e non deve presentare credenziali al confronto critico. Nella sua ermeticità ed impermeabilità, il discorso religioso si sottrae così a una valutazione critica non solo dall’esterno, ma anche da parte dagli stessi membri del gruppo. Di più, l’esperienza si sottrae alla spiegazione ed anche al discorso stesso sull’esperienza. Chi ha esperimentato non ha bisogno di prove. E, in alternativa, se hai provato e non condividi, è perché non hai veramente provato, o non sei aperto all’esperienza. La struttura tautologica di questo discorso è così stretta che non ammette nessuna posizione alternativa. L’esperienza si sottrae alla dialettica; ed anzi è sostituiva, annulla il bisogno e la possibilità della dialettica.

Un simile discorso sembra rappresentare l’esperienza come una sorta di introduzione iniziatica, senza della quale, e al di là della quale, non c’è possibilità non solo di dialogo, ma neanche di intesa. E, perciò stesso, segna l’impoverimento psicologico: con il rifiuto della dialettica come rifiuto del confronto e dell’ipotesi di una verità superiore a quella già posseduta

Nell’un caso come nell’altro della citata autoreferenzialità il fondamentalismo costituisce il gruppo come sistema chiuso, individuato e separato. Anche il linguaggio, con i suoi referenti esperienziali condivisibili solo all’interno del gruppo, indica e insieme crea l’appartenenza, la separatezza e l’esclusione degli “altri”, con logiche e dinamiche psico-sociali di tipo settario.

Certo i problemi sono molti vasti e sfaccettati, e i modelli psicologici possono solo aiutarci a dare uno sguardo ad alcuni aspetti parziali. E tuttavia, vale la pena di confrontarvici, alla ricerca di una migliore comprensione del fenomeno del fondamentalismo. Che, tuttavia, non potrà essere considerato da solo, ma con i suoi legami e derivazioni con la struttura della personalità individuale e con l’articolarsi della storia socio-culturale.

Opportunamente, perciò, il convegno organizzato dalla nostra Società, originariamente mosso dal bisogno di capire le drammatiche conseguenze di un certo tipo di fondamentalismo, è venuto ampliando la prospettiva dell’indagine, al tempo stesso focalizzandola in senso psicologico, fino a mettere a tema, insieme, perchè intrinsecamente interconnessi, Identità religiosa, pluralismo, fondamentalismi.