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11 Settembre. Dove erano gli psicologi?… Dentro le torri


Articolo di Mario Aletti pubblicato come Appendice 1 del Volume Identità religiosa, pluralismo, fondamentalismo, a cura di Mario Aletti e Germano Rossi.


Dove erano gli psicologi l’11 settembre? Stavano dentro il World Trade Center. Intenti ad esercitare la loro libera professione o a svolgere le loro mansioni all’interno della società in cui, e di cui, vivevano. Dentro le torri, si dedicavano a studiare le idee, le emozioni, i procedimenti mentali, la formazione del consenso, degli stereotipi, dei pregiudizi, di altri inquilini delle torri.

Si occupavano di organizzazione, di pubblicità, di comunicazione e, qualcuno, più alla moda, di psicologia del benessere… All’occorrenza, si prendevano cura di coloro che lamentavano disturbi di adattamento, che non riuscivano a “starci dentro”, di quelli che non reggevano lo stress di adattamento al sistema valoriale e sociale corrente. Per permettergli di ritrovare se stessi, di identificarsi meglio, di adattarsi meglio, di inserirsi meglio, di produrre di più, di guadagnare di più, di spendere di più… Interessati a curare il disagio, o ad incrementare il benessere di chi sta dentro il sistema del benessere, supposto generalizzato ed universale. Troppo intenti al loro lavoro quotidiano, e certamente benefico e gratificante, per gettare lo sguardo “fuori” delle torri. E per cogliere il significato di quello skyline…

Eppure…fuori dalle torri c’erano due terzi dell’umanità, ossia di soggetti psichici, ignorati dalla psicologia. E non solo in lontani paesi, d’altra cultura (e religione). Nella stessa New York, il giorno di Natale trentamila houseless (leggi “barboni”) hanno fatto la coda per avere un piatto di minestra calda, testimoniando il loro quotidiano, sistematico, e ignorato dagli studiosi, “disagio della civiltà”…

Come psicologi ci sentiamo oggi interpellati, anche se non siamo in grado nemmeno di istruire adeguatamente la questione. Sentiamo che qualcosa di decisivo sfugge alle nostre indagini demoscopiche, alle accurate analisi motivazionali, alle ricerche sui consumi, ai sondaggi e previsioni dei comportamenti individuali e di gruppo…ed anche alle griglie, contenitive (per il paziente) e rassicuranti (per il medico) delle nostre nosografie psichiatriche.

Ci chiediamo se forse non abbiamo trascurato di interrogarci sul significato dello sfondo, sul panorama su cui si stagliano le torri, questoskyline di cui una certa società occidentale era tanto orgogliosa. La domanda vera potrebbe essere non perché sono crollate le Twin Towers, ma perché esistevano. Che cosa le teneva in piedi, a prezzo di quali forzature, di quali equilibrismi tellurici sulla deriva del mondo, di quali scotomizzazioni sulla “conoscenza dell’animo umano”…

La psicologia ha forse trascurato di studiare la psiche delle minoranze, di coloro che vivono “fuori” dalle torri. E’ mancata la psicologia degli oppressi, degli affamati, di coloro che, ridotti in condizioni di stentata sopravvivenza, hanno, perciò stesso, una visione della vita, un apprezzamento della vita, propria ed altrui, molto diversa da quella degli inquilini e proprietari delle torri. Forse per questo ci si è tanto scandalizzati per la mancanza di rispetto per la vita (la propria e quella degli altri) ostentata dagli attentatori ed anche da alcuni loro sostenitori palestinesi. Certo, si tratta di una sconcertante e inattesa rottura delle “regole del gioco” che riempie di sgomento e rende per certi aspetti impotenti, individui e società, di fronte alla volontà omicida-suicida. (Ma, insieme, rende stupida e suicida ogni politica della vendetta). Si è rotto un patto sociale su cui si basava, nel cosiddetto “mondo occidentale” non solo la convivenza civile, ma anche la contestazione ed anche i moti rivoluzionari storici. Ricordiamo che anche negli “anni di piombo” del terrorismo italiano le Brigate Rosse si collocavano comunque all’interno di un sistema di significati condiviso dove, indiscutibilmente, la vita era un valore, la morte il disvalore sommo; alla vita non si sarebbe rinunciato, con un sacrificio volontario, nemmeno per la “causa”.

Il fondamentalismo terrorista pone interrogativi nuovi. Da dove nasce questa determinazione, che non si ferma neppure davanti alla propria morte? questo innegabile coraggio dei guerriglieri suicidi? Da quali radici di odio e di risentimento profondo e/o da quali convinzioni, fanatismi, fondamentalismi religiosi? E, insieme e per conseguenza, dobbiamo porci interrogativi su noi stessi: chi siamo, in che cosa crediamo, di che cosa è fatta questa nostra civiltà che incute tanto odio, che arma tanto risentimento; che cosa essa significa, che cosa comporta, che cosa costa agli altri, a quelli che sono “fuori delle torri”. È una domanda che ci poniamo nella prospettiva della psicologia, ma che coinvolge anche la dimensione etica. La Chiesa cattolica sembra muoversi in questa direzione e una delle sue voci moralmente più autorevoli, l’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Carlo Maria Martini, dopo avere deprecato come comunque ingiustificabili i gesti del terrorismo, aggiunge un ammonimento: “Ci dobbiamo però chiedere: noi tutti ci siamo davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli, quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire i risentimenti e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire e contribuisse di fatto ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio” (Discorso per la vigilia di S. Ambrogio, 2001).

Alcune questioni psicologiche.

La questione perché uomini uccidano altri uomini si colloca trasversalmente non solo alla storia delle civiltà, ma alla storia delle religioni, la cattolica compresa. Ma il terrorismo fondamentalista islamico apre a nuovi interrogativi, che riemergono dai nostri difensivi tentativi di oblio e di rimozione. Appare ormai da scartare, come spesso falsa e sempre insufficiente, la spiegazione, facile e rassicurante, che i terroristi-suicidi sacrifichino la loro vita per procurare vantaggi economici ai familiari (spiegazione, tra l’altro, molto “occidentale”, che centralizza l’importanza del benessere economico); o che siano ricattati, o culturalmente sprovveduti (molti sono di ceto medio-alto e laureati, spesso in università americane).

Nella tragedia di New York, ma anche in tanti attentati precedenti, ci si è scandalizzati per il fatto che questo avvenisse con una motivazione (o sotto pretesto) di tipo religioso. Uomini sacrificano volontariamente la vita propria e quella di altri uomini, inconsapevoli ed incolpevoli, asserendo di farlo in nome di Dio. (Ma forse, più propriamente, va detto che lo fanno nel nome della propria religione). Alcuni, prima di affrontare la morte hanno lasciato documenti impressionanti della propria coscienza di testimoniare l’Islam e della lucidità nell’affrontare il “martirio”; e come martiri sono stati generalmente riconosciuti e celebrati.

Come psicologi ci interroghiamo sul significato soggettivo del gesto e sul contesto culturale in cui esso si radica. Ci chiediamo quali siano le reali (o pretestuose) motivazioni religiose. E quale il legame di tali motivazioni “messianiche” e “millenaristiche” con la frustrazione di bisogni essenziali, oppure di aspirazioni narcisistiche, che hanno un colore “umano, troppo umano”. Come psicologi della religione, vorremmo, più specificamente, cogliere alcune indicazioni per una riflessione sulle motivazioni e le modalità del gesto del martire-suicida e sulle similitudini/differenze con altre forme storicamente presenti nelle religioni (non solo in quella cristiana).

L’alta considerazione del martirio come testimonianza nobile ed estrema di fedeltà ad un valore, è riscontrabile presso molte religioni ed anche etiche laiche. E certamente tutte le chiese cristiane celebrano il martire come colui che rinuncia alla propria vita per testimoniare un valore più alto della vita stessa… Per attestare la propria fede e non sacrificare agli idoli…Ma anche per offrirsi al posto di un altro condannato a morte nello stesso lager…O per difendere la propria purezza o verginità. E si esalta il gesto della partoriente che rinuncia alla propria vita per dare alla luce il nascituro…O quello del pilota d’aereo che, per non distruggere una città, rinuncia a salvarsi con il paracadute…E persino la scelta di chi sacrifica la propria vita per difendere, anche militarmente, gli oppressi. La vita è sempre stata considerata, dalle religioni, un bene non assoluto, ma funzionale ad altri valori più alti, chiamata ad un significato che va al di là della sopravvivenza terrena.

L’omicidio-suicidio: tra martirio e tecnologia.

Tutti i martiri testimoniano una contestazione radicale al mondo o alle circostanze in cui si trovano. Questa radicalità può lasciare sbigottiti, ma richiama anche il rispetto e un credito di fiducia: “Io credo a coloro che si fanno sgozzare” diceva uno dei più grandi pensatori e mistici del mondo cristiano. E tuttavia, qualche altra considerazione apre nuovi interrogativi (e ci ammonisce su quanto poco sappiamo, come psicologi, della questione). C’è una specificità del gesto suicida del terrorista islamico che ne evidenzia l’ambiguità e la difficoltà di comprensione. Si tratta di un gesto che, da una parte, si inserisce e rimanda ad un orizzonte di significato religioso quasi arcaico e che, tuttavia, si esplica con modalità e mentalità fortemente tecnologiche. Il sacrificio estremo della propria vita si iscrive in un orizzonte di assolutezza dell’impegno personale che non può non richiamare l’ambito sacrale. D’altra parte, colpisce sia l’intercambiabilità e sostituibilità della persona dell’attentatore (a volte ignaro, fino alla fine, dell’obiettivo) sia la mancata individuazione della vittima come nemico personalmente responsabile o colpevole (fa parte dell’efficacia della strategia terroristica colpire a caso, diffondere la sensazione che “può capitare a chiunque”). Questa impersonalità o spersonalizzazione, sia della figura dell’attentatore che di quella delle vittime sembra comportare una funzionalizzazione tecnologica e quasi una burocratizzazione delle persone coinvolte, verso lo scopo ideale del trionfo della causa, i cui obbiettivi intermedi sfuggono al singolo “martire”.

A meno che…Anche qui, con questa sottolineatura della centralità dell’individuo e della soggettività noi non risentiamo forse della carenza di conoscenze psicologiche di altre culture e di altri modi di intendere la soggettività della persona ed, in questo, di ricomprendere il significato soggettivo dell’esperienza del “martire”?

E tuttavia, come è ben noto, il gesto di persone che sacrificano la propria vita, con un atto terroristico di omicidio-suicidio per l’Islam, pone problemi ed interrogativi non solo all’occidente minacciato, ma all’interno degli stessi Stati islamici. Si evidenzia qui il problema irrisolto del rapporto dell’Islam con la modernità, dell’intreccio tra ispirazione religiosa e struttura sociale, civile e giuridica. Nelle comunità islamiche è sempre più sentita la necessità di prendere le distanze da ogni radicalizzazione fondamentalista e di misurarsi con il compito di ricomprendere e ricontestualizzare alcuni principi della propria religione entro un contesto pluralistico, e ciò nei rapporti con l’esterno, non meno che al proprio interno. All’interno, le soluzioni irriflesse o immature a livello politico, risultanti da lotte tra gruppi di potere o da contese religioso-tribali (endogene o indotte dal mondo occidentale) che abbiano esitato in Stati fondamentalisti o in regimi socialisti o nazionalisti, hanno comunque portato, all’interno dell’Islam stesso, divisioni, odio, sangue e terrorismo.

Qualche commentatore italiano ne ha dedotto frettolosamente che l’Islam è “costitutivamente” distruttivo di ogni tipologia di diversità (o di “infedeli”) e intrinsecamente malvagio (e quindi da distruggere in uno scontro di civiltà come proclama sui mass-media qualche strano prete-opinionista). Ecco un bel modo per non comprendere e per continuare ad esercitare, senza neppure dare troppe giustificazioni, la legge del più forte. In questa linea, di scelta di campo (ovvero del nemico) che rinuncia a capire, si è collocata una parte, limitata ma influente, dell’opinione pubblica italiana e dei suoi leaders mass-mediatici. Addirittura, Ernesto Galli della Loggia, facendo seguito, sul Corriere della sera del 3 dicembre 2001, alle farneticazioni idiopatiche di quella che è stata definita (dal cantante Jovanotti) “la giornalista-scrittrice/che ama la guerra/perché le ricorda/quando era giovane e bella”, concludeva un suo bellicoso intervento pieno di sdegno per le “finte neutralità”, con la chiamata alla armi: “Ora e sempre noi saremo dalla parte degli Ebrei, dalla parte di Israele”.

Viene da pensare, per contrasto, all’insegnamento di Don Milani che, a fronte di una società che distingue tra Stato e Stato, tra “i nostri” e “gli altri”, rivendicava il diritto a dividere gli uomini, piuttosto, in oppressi ed oppressori. Certamente ci sono stati (e ci sono) molti ebrei tra gli oppressi, certamente ci sono (e ci sono stati, anche ai tempi dell’Olocausto) ebrei tra gli oppressori. Oggi, certamente ci sono molti arabi tra gli oppressi, e certamente molti arabi tra gli oppressori. L’ebreo ha diritto a vivere, certamente, nella sua terra: ma non uno “iota” di diritto in più di quanto abbia diritto di vivere, eventualmente nella sua terra, il palestinese. La morte di un bambino israeliano in un attentato è una tragedia tanto quanto la morte di un bambino palestinese in una rappresaglia, quanto quella di un civile afghano, quanto quella di un morto nelle macerie delle Twin Towers. Tragedie, tutte, che marcano una sconfitta dell’umanità, indipendentemente dalla pubblicità che ne diano i mass-media. E che domandano una condanna e una riparazione, ma non giustificano una vendetta indiscriminata. Perché la punizione sproporzionata è un nuovo delitto: “Se io ti rubo una mela e tu mi uccidi, io sono un ladro, ma tu sei un assassino”.

Siamo inorriditi, nei giorni successivi all’11 settembre, davanti alle foto dei popoli arabi e dei palestinesi che esultavano per la strage di New York. Ma forse dobbiamo riflettere se non sia la “civiltà occidentale” che ha insegnato loro che la vita (la loro vita, almeno) non ha gran valore. Che possono morire a migliaia; ma che pagheranno mille a uno ogni morto sul fronte opposto. E infatti non ci si è altrettanto indignati di fronte alla baldanza di chi sganciava bombe assolutamente distruttive sulle città afghane, incurante dei civili e degli alleati uccisi dalle “bombe amiche” e del prezzo della “libertà duratura”. Beninteso, nessuno vuol fare la contabilità dei morti. Quando si contano i morti, non c’è mai bilancio da portare a pareggio: il fallimento è generale.

Ma possiamo capire che, emotivamente, i tremila morti di New York destano certo meno impressione presso quei popoli che sono abituati a contare i loro morti, magari per inedia, a centinaia di migliaia. Se la vita è un valore sommo (sacro), non la si può togliere… nemmeno al terrorista. Altrimenti dovremo esplicitare che i valori supremi diventano altri: la punizione, la vendetta, la sicurezza sociale ed il benessere di alcuni, magari imposti con il terrore, agli altri. Del resto, sia gli attentati terroristici che i bombardamenti americani in Afghanistan ci hanno mostrato l’equivocità e la base ideologica, politica e religiosa del concetto stesso di “pace”: Ubi Solitudinem faciunt, pacem appellant. (Guarda caso: era già l’interpretazione della decantata pax romana data dal britannico Galgaco: “Portano la devastazione, e la chiamano pace”. (Tacito, Agricola, 30).

Colpevoli ritardi.

Chi si sente “dentro le torri” della civiltà occidentale come in una cittadella assediata, ha accusato i colpevoli ritardi della CIA nel cogliere le mosse dell’organizzazione terroristica (con il sottinteso “Bisognava stroncarli prima!”). E rimuovendo ogni richiamo alla propria, anche se remota, responsabilità. Mentre, come diceva Sartre, “L’evento ci arriva addosso come un ladro; quando riparte ci accorgiamo che siamo stati noi a crearlo”.

Ma, al di là di queste falle del sistema difensivistico militare del fortino corporativo, ben altri sono i colpevoli ritardi e le responsabilità del mondo occidentale, a livello culturale, politico, storico. Alcuni riguardano da vicino anche gli psicologi.

La psicologia condivide con altre scienze, ed in genere con la cultura occidentale, la responsabilità della negligenza delle motivazioni degli “altri”, i ritardi nel prendere coscienza dell’atteggiamento, di fatto colonialistico, dell’Occidente (o degli Usa) nei confronti del resto del mondo, sostanziato di rapporti asimmetrici, di monologhi culturali, di cascami di consumismo.

Una responsabilità specifica del mondo della psicologia è l’ostinazione (per cecità o per interessi economici) a trascurare lo studio dei fondamenti antropologici, ideologici e motivazionali del comportamento individuale e collettivo (che insieme confluiscono nel search for meaning di ogni uomo e nella costruzione del suo atteggiamento personale)… Troppo spesso la psicologia accademica pretende, ancora oggi, di rintracciare le leggi del comportamento umano studiando i topini da laboratorio (o gli inquilini delle torri) senza chiedersi se è veramente il formaggio il movente della condotta umana: i topi non fanno la rivoluzione, né celebrano i loro martiri, né sono capaci di odio e di vendetta. Un ritardo sempre meno spiegabile è quello della psicologia accademica italiana, che ancora rifiuta di assumere come comportamenti psichici degni di studio le religioni, le “metafore di fondo”, le ideologie, i grandi movimenti di pensiero, che muovono e contribuiscono a strutturare e a ristrutturare non solo la personalità individuale, ma anche il vivere sociale e le civiltà. È chiaro che un tale studio dovrà incentrarsi non solo sulla “fisiologia” dell’atteggiamento dell’uomo verso la religione, ma anche sulla sua “patologia” (quale si esprime nelle forme cliniche individuali, ma anche ad esempio nei fondamentalismi, negli integralismi, nei radicalismi ed anche nel terrorismo).

Fino ad oggi, in Italia, in assenza di interesse del mondo accademico per la psicologia della religione (ma le altre scienze umane della religione non godono di considerazione molto migliore nelle università) un ruolo di supplenza e sussidiarietà, importante ma segnato dai limiti delle risorse (umane, tecniche ed economiche) è svolto da enti ed istituzioni private, che si muovono in un orizzonte piuttosto sociologico o psico-sociale [1] che non esplicitamente psicologico, campo ad oggi esplorato quasi esclusivamente dalla nostra Società.

Non dobbiamo esimerci, però, dal cogliere i ritardi della stessa psicologia della religione che, come scienza, nasce e si esercita in ambito occidentale (come quasi tutta la psicologia scientifica a divulgazione mondiale). Quando, nel 1977, The International Journal for the Psychology of Religion aprì un dibattito sulle funzioni e ricadute psicologiche e psicodinamiche del Corano, la risposta degli studiosi fu assolutamente tiepida. Così come fu scarsa la partecipazione degli occidentali al congresso internazionale su “Religione e salute mentale” organizzato nell’aprile 2001 a Teheran dal locale “Dipartimento di studi religiosi e salute mentale.” Tutto ciò induce a riflettere anche sulle ricadute etiche del nostro essere psicologi della religione: il dialogo tra le religioni sarà certo preparato e facilitato dall’incontro scientifico tra gli studiosi delle religioni. Mentre l’ignoranza, o la rilettura sommaria e “occidentalizzata” (come è il caso, da noi, di tanta pubblicistica e prassi corrente su “psicologia e buddhismo”) giustifica incomprensioni, distorsioni, pregiudizi e, da ultimo, i razzismi.

Il fondamentalismo. “Storico” e “strutturale”.

Un esempio di fraintendimento è offerto proprio dal caso del “fondamentalismo”. Nella comune percezione, è identificato con il fanatismo islamico, specie oggi che il fondamentalismo religioso è diventato, in alcune situazioni, il propellente di ordigni di guerra e di vere o presunte “lotte di religione”.

Ma il fondamentalismo è una manifestazione patologica riscontrabile negli adepti di tutte le religioni. Fu un sionista fondamentalista che 1995 uccise il leader israeliano Rabin; e un fondamentalista era l’ebreo Baruch Goldstein che, nel 1994, ad Hebron, perpetrò una strage di musulmani innocenti, in preghiera sulla tomba dei patriarchi. Né possiamo dimenticare, all’interno dello stesso Cristianesimo, le sanguinose guerre tra religioni che, tutte, si richiamavano allo stesso Cristo.

Secondo gli studiosi, il fondamentalismo come fenomeno storico moderno nasce in ambito protestante americano alla fine dell’Ottocento, come reazione conservatrice ed irrigidimento letteralistico di fronte al protestatesimo liberale che cercava di coniugare la fedeltà allo spirito della Parola di Dio con le acquisizioni delle scienze moderne, in campo biologico, storico, antropologico, filologico.

Se invece lo si voglia considerare come “idealtipo” o come modalità specifica dell’atteggiamento mentale verso la religione, il fondamentalismo è ben caratterizzato da alcuni tratti comuni alle diverse confessioni. Anzitutto la credenza nella assoluta inerranza e nella astoricità e immutabilità del Testo Sacro, Parola di Dio scaturita nella notte dei tempi. (o delle circostanze) storicamente attendibili. Ciò comporta il rifiuto di ogni lettura ermeneutica, filologica, storica, socio-culturale. (Sorprendentemente, tale letteralismo sacrale viene comunque spesso esercitato su un testo assunto come originale ed autentico anche quando sia arrivato alla versione attuale attraverso numerose mediazioni culturali e traduzioni linguistiche). Ne consegue la necessità di un’autorità infallibile, che garantisce e sancisce l’autenticità del testo e della sua interpretazione. La caratteristica più visibile e gravida di conseguenze del fondamentalismo è però il riferimento e la derivazione dell’organizzazione culturale, sociale, politica, giuridica dai principi religiosi desunti dal Testo ed interpretati autorevolmente e infallibilmente dall’autorità religiosa. Un ulteriore elemento del fondamentalismo, (facilmente riscontrabile anche “sotto i nostri cieli” in molti movimenti e sette), è il richiamo indiscutibile ed inverificabile all’“esperienza” ed al percorso iniziatico. L’espressione tipica “Se non hai provato, non puoi capire” ha una struttura tautologica che la sottrae ad ogni verifica e ad ogni dialogo con l’esterno.

Come si accennava, tutte le caratteristiche sopra elencate sono reperibili nelle modalità fondamentaliste di tutte le religioni. Ma, sembra che esse costituiscano la patologia, e non la fisiologia delle religioni. E la loro diffusione endemica sarebbe un segno della vulnerabilità della religione alle distorsioni, a forme de-viate e per-verse, quando la religione anziché “oggetto transizionale” si fa oggetto feticistico. (Il richiamo, winnicottiano rimanda ad uno dei possibili modelli interpretativi psicodinamici, proposti in un recente congresso della Società e pubblicati in L’illusione religiosa: rive e derive).

In questa prospettiva di chiarificazione delle modalità espressive, dei percorsi e delle motivazioni psicologiche della condotta religiosa continueremo a dare il nostro contributo di studiosi.

La strage di New York, mentre ha richiamato l’importanza di studiare le caratteristiche dell’identità religiosa (e della perdita di identità: fondamentalismo, elitarismo, universalismo) e della diversità (pluralismo, multicultura, etnopsichiatria, dialogo come reciproco arricchimento) ha provocato, anche nella nostra categoria, un sussulto di dignità ed un richiamo alla dimensione etica e sociale del nostro essere psicologi.

Mario Aletti

(Pubblicato in Psicologia della religione-news, 6(3) Sett-Dic. 2001, pp. 1-5)


[1] Un lavoro egregio di documentazione ed approfondimento culturale è svolto dal CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) di Torino, che ha recentemente pubblicato l’imponente Enciclopedia delle religioni in Italia. Sotto il profilo culturale e per la partecipazione al dibattito internazionale si distingue l’ASFER (Associazione per lo Studio dei Fenomeni Religiosi) di Firenze che nella rivista Religioni e società unisce il rigore scientifico della ricerca all’intervento etico-politico, ampiamente inteso. Interessanti prospettive sembrano aprirsi con il Centro di Studi Religiosi Comparati “Edoardo Agnelli” di Torino che in novembre ha tenuto il suo primo convegno internazionale su “Dignità umana e libertà di scelta religiosa”.