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Articolo di Raffaella Di Marzio - Tratto da: PSICOLOGIA DELLA RELIGIONE-news, Notiziario della Società Italiana di Psicologia della Religione, Anno 13, n. 1- 2, gennaio - agosto 2008

Questioni di metodo. Psicologia della religione e movimenti religiosi minoritari


Nel mondo complesso e multiforme delle “religioni” e “spiritualità” contemporanee un settore particolare di studio riguarda i Nuovi Movimenti Religiosi, le spiritualità alternative alle grandi religioni istituzionali che, in alcuni ambienti, vengono sbrigativamente identificate come “sette”. Lasciando da parte la complessa questione relativa all’uso di questo termine, vorrei soffermarmi su alcuni aspetti riguardanti la metodologia dello studio di questi fenomeni, che credo siano di particolare interesse per lo psicologo della religione anche perché in molti gruppi (denominati “gruppi del potenziale umano”) quello che si offre all’individuo è il benessere psicofisico che si confonde con la dimensione spirituale.

La psicologia della religione si occupa di uno degli aspetti più complessi e misteriosi dell’animo umano: il vissuto religioso. Nel suo ambito rientrano: l’individuazione dei fattori che condizionano l’insorgenza della condotta religiosa, gli aspetti percettivi, affettivi, sociali che la caratterizzano, i conflitti, i dinamismi e i processi consci e inconsci attraverso i quali l’uomo arriva ad un atteggiamento personale (accettazione o rifiuto) verso i sistemi religiosi che incontra nella sua cultura. La psicologia della religione è dunque psicologia applicata poichè l’atto psichico non è osservabile che nel suo concreto manifestarsi [cfr. Aletti M., Psicologia,teologia, psicologia della religione, in Teologia, 28 (2003) 254-256]

Lo psicologo della religione non entra nel merito della definizione assoluta di “religione”, non solo perché non ne esiste una sola, ma soprattutto perchè accoglie la definizione di religione valida per l’individuo e culturalmente condizionata: le informazioni contenutistiche sulla religione, che provengono da altri ambiti del sapere, sono comunque indispensabili per comprendere il vissuto religioso, che viene studiato con paradigmi e metodi specificamente psicologici.

Data la complessità dell’oggetto di studio è indispensabile che lo psicologo della religione si serva di contributi provenienti da altri ambiti del sapere promuovendo una collaborazione interdisciplinare non solo per definire l’oggetto di indagine, ma anche per predisporre strumenti di ricerca adeguati. In questo specifico settore il contributo dei sociologi della religione credo sia molto importante poiché grazie alle loro ricerche è possibile ricostruire la storia e la dottrina del movimento e le eventuali controversie legate alla sua diffusione.Tenendo dunque presenti questi contributi ciò che interessa in modo particolare allo psicologo della religione è l’atteggiamento che l’individuo ha verso la sua religione. Esso viene studiato attraverso l’osservazione di persone concrete che agiscono all’interno di quella che è la loro interpretazione personale del sistema culturale e simbolico della religione/spiritualità a cui aderiscono.

Lo psicologo della religione che intende affrontare lo studio di un movimento religioso non può prescindere dall’osservazione diretta delle dinamiche che si manifestano al suo interno. Se si servisse solo di fonti esterne al movimento (come le testimonianze di ex appartenenti al gruppo) commetterebbe un errore grave poiché i suoi dati sarebbero viziati dall’opinione e dall’esperienza di una sola parte in causa. Una simile indagine sarebbe ancora più inattendibile se si fondasse unicamente sulle testimonianze di ex membri scontenti che sono di solito una minoranza rispetto al numero complessivo di fuoriusciti che lasciano il gruppo senza alcun risentimento. Sarebbe come pretendere di studiare la teologia cattolica a partire dalla Vita di Gesù del patriarca degli apostati, Ernest Renan.

Le dinamiche che si verificano all’interno di un movimento religioso sono molto complesse: lo studio della reciproca influenza dei membri (ciascuno con il proprio ruolo e status) richiede strumenti di indagine accuratamente predisposti e un atteggiamento, da parte dello psicologo, il più possibile scevro da pregiudizi. Egli si serve dell’intervista e dell’osservazione per raccogliere dati da un campione di individui che, se ben selezionato, può veramente fornire una immagine obiettiva delle dinamiche relazionali così come si manifestano, del rapporto tra leader e membri, del grado di influenza esercitato sui singoli e anche degli eventuali problemi e conflitti che l'affiliazione di un membro comporta per gli altri gruppi sociali di riferimento (famiglia, gruppo dei pari, ambienti di lavoro ecc.).

La questione del controllo sociale esercitato all’interno dei gruppi religiosi viene spesso liquidata, da ambienti antisette, stampa e forze dell’ordine, con l’uso di metafore come “lavaggio del cervello”, “controllo mentale”, “condizionamento mentale” ecc., che contribuiscono a creare intorno a gruppi religiosi, percepiti come “diversi” da un certo sistema sociale, un clima di sospetto, di timore e di avversione che in certi casi può trasformarsi in una moderna “caccia alle streghe” che dà vita a nuove forme di intolleranza. In seguito a campagne di questo genere e alle reazioni sociali generate da pratiche discutibili attuate all’interno di movimenti religiosi alternativi e gruppi spirituali di vario genere, sono iniziate indagini di polizia e istruiti processi in tutto il mondo. Ci sono gruppi particolarmente controversi sui quali pendono decine di processi in diverse nazioni.

Accade continuamente che studiosi di varie branche del sapere (psicologi, sociologi, antropologi ecc.) intraprendano ricerche sul campo anche quando il loro oggetto di studio sono gruppi controversi sui quali pendono indagini di polizia o sono in corso processi. Se la scienza non è solo quella che si legge sui libri e scritta da altri, ma è ricerca che mira ad acquisire nuove conoscenze e a comprendere nuove realtà, non può che essere ricerca sul campo. Al ricercatore che svolge un simile lavoro va data la possibilità di portare avanti la sua ricerca in piena libertà, senza condizionamenti provenienti dai giudizi affrettati della stampa o da eventuali pressioni di gruppi di potere che nulla hanno a che fare con la scienza e le sue finalità.

Non c’è ambito più libero di quello scientifico, dove ognuno può indagare con gli strumenti della scienza per formulare e verificare ipotesi, suscettibili di conferma o confutazione da parte di altri. E’ importante che rispettive finalità, metodi di azione e prospettive rimangano indipendenti. Per fare un solo esempio: sarebbe molto pericoloso se si verificasse una confusione tra i campi di azione dell’indagine scientifica e quelli dell’investigazione della giustizia penale, perché l’azione di entrambi ne sarebbe inficiata.

Nel mondo dei movimenti religiosi alternativi si sono verificati anche episodi gravissimi di suicidi-omicidi compiuti per obbedienza a leader carismatici senza scrupoli. Quando ci si occupa di tragedie simili spesso ci si chiede se la psicologia può aiutare a predire (e prevenire) esiti tragici come questi. Lo psicologo, come scienziato, può aiutare a capire e interpretare gli episodi comportamentali all’interno della cultura in cui si manifestano. Questo compito è già difficile e complesso: ancora più difficile, se non impossibile, sarebbe riuscire a identificare e utilizzare schemi prefissati utili a predire, a lungo termine, fenomeni psicologici umani.

Nonostante la difficoltà, è importante che la ricerca comunque proceda e che si realizzi una sinergia di azioni affinché a campagne di istigazione all’odio orchestrate contro gruppi religiosi o spirituali, da cui il nostro Paese non è immune, la comunità scientifica contrapponga l’atteggiamento sereno del ricercatore che rifugge da quei comportamenti contrari alla deontologia professionale che ostacolano il progresso della psicologia come scienza, come professione e come mezzo per promuovere il benessere dell’ uomo.

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