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Prefazione

 

Di Warren R. Procci

 

 

Jonestown. Il nome stesso rievoca tuttora immagini di orrore, pur essendo trascorsi tanti anni. Per la coscienza del nostro tempo, non parliamo poi per l'inconscio, il sipario non è ancora sceso sulla tragedia. Due esempi marginali, e per questo significativi, mi vengono alla mente: lo straordinario effetto drammatico ottenuto con una semplice allusione a Jonestown nello spettacolo Tru (su Truman Capote), in scena a Broadway la stagione scorsa; la reazione di disagio che mi è capitato di osservare più di una volta semplicemente nominando il "Kool-Aid" (la bevanda dolciastra in cui il cianuro sarebbe stato disciolto)... Che cosa si nasconde in questa macabra tragedia, se ancora ha il potere di shockare e suscitare orrore?

 

Domenico Arturo Nesci, psichiatra e psicoanalista romano, si è immerso nell'esplorazione di questo evento perturbante quasi subito dopo il suo accadimento, il 18 novembre 1978. Perché l'evento lo abbia così "intrigato" resta per me un interrogativo senza risposta, ma sento che tutti gli dobbiamo della gratitudine per l'impresa coraggiosa e straordinaria di cercare di restituire un senso alla catastrofe del Peoples Temple.

 

Il Dr. Nesci definisce come "etnopsicoanalitico" il suo lavoro. Si tratta di un termine inconsueto per molti di noi. Attraverso la lettura de La Notte Bianca è possibile però comprendere questa disciplina e trarne molteplici spunti, sia per la pratica clinica che da un punto di vista epistemologico. Grazie ad una profonda e genuina formazione accademica di impostazione classica e umanistica, il Dr. Nesci ci guida in un percorso iniziatico che appare oscuro e labirintico, dapprima, ed in cui riecheggiano quasi le voci dei morti. Dopo esserci familiarizzati con questo universo sonoro, che rievoca il mondo intrauterino e le "culture orali primarie" (Ong, 1982), grazie a molteplici fili di Arianna (psicoanalisi, psichiatria, storia, antropologia, mitologia, biologia e persino letteratura) riusciamo all'aperto, arricchiti di una vibrante esperienza policroma che illumina molti lati bui della catastrofe di Jonestown.

 

Un lettore pragmatico, che si aspettasse una risposta semplice univoca ed esaustiva del mistero di Jonestown, non potrà che disilludersi, così come tutti coloro che fossero alla ricerca di una spiegazione "di-retta" del fenomeno (la "retta" è la linea più breve tra due punti). La lettura de La Notte Bianca sarà invece un'esperienza estremamente stimolante e gratificante per dei lettori più smaliziati, consapevoli della necessità di fare delle "triangolazioni" (Eco, Sebeok, 1983) e delle "abduzioni" (Peirce, 1878) se si vuole arrivare a costruire una verità meno primitiva del "vero/falso" (i due punti della "retta") su cui si basa la discutibile logica del senso comune. Gli appassionati della ricerca scientifica interdisciplinare troveranno nel libro del Dr. Nesci abbondante nutrimento per la loro capacità di pensare, di riflettere, di comprendere qualcosa di ciò che è accaduto nella giungla della Guyana. Per riprendere un'espressione dell'Autore, troveranno un'interpretazione "rapsodica" che lascia ampio spazio alla creatività individuale. Potranno così completare autonomamente il lavoro di "costruzione" (Freud, 1937) che prende le mosse dai singoli "motivi" (Bynum, 1978) rievocati nel testo.

 

Prima di incontrare il Dr. Nesci e di avvicinarmi personalmente ai suoi studi sul suicidio collettivo, avevo sempre avuto la curiosità di capire in che modo Jim Jones (il leader del Peoples Temple), che a me era parso un personaggio di nessun rilievo, potesse essere stato capace di suscitare nei suoi seguaci una devozione ed una sudditanza tanto incondizionate. Ricordo ancora una sera d'estate (diversi anni fa) quando il Dr. Nesci presentò ad un ristretto gruppo di psicoanalisti di Los Angeles un videotape degli anni sessanta, che mostrava "dal vivo" la performance di Jones in uno dei "servizi religiosi" del Peoples Temple. Fui stupito e sopraffatto al tempo stesso. Jones teneva il gruppo completamente e letteralmente sotto il suo controllo: un burattinaio che muove delle marionette come e quando gli pare in una vera e propria esibizione di virtuosismo. Il suicidio finale avrebbe mostruosamente confermato che non c'era nulla che i suoi seguaci non fossero disposti a fare per lui, materializzando così una delle metafore che mi hanno più affascinato ne La Notte Bianca, e cioè quella del leader placentare e del gruppo sinciziale. Questa metafora biologica ritengo centri perfettamente le dinamiche inconsce del rapporto leader-gruppo nel Peoples Temple, rendendo comprensibile il potere assoluto di Jones e la tragica fine della comunità. Indipendentemente dalla possibilità di applicazione pratica immediata di queste nuove conoscenze, sia nell'identificazione dei gruppi a rischio suicidario, sia nell'approccio ad altre condotte dell'uomo contro sé stesso (Menninger, 1938), la loro ricaduta (a lungo termine) in molteplici ambiti disciplinari è, a mio avviso, uno dei meriti più importanti del lavoro offertoci dal Dr. Nesci.

 

 

Warren R. Procci, M.D., Ph.D., 

Training Analyst (A.P.A.A.). 

Los Angeles, 1/6/1991

 

 

 

Bibliografia

 

 

Bynum D.E. (1978), The Daemon in the Wood: A Study of Oral Narrative Patterns, Center fot the Study of Oral Literature, Cambridge (Mass.).

 

Eco U., Sebeok T., Eds. (1983), The Sign of Three, Indiana Univ. Press, Bloomington.

 

Freud 5. (1937), Construction in Analysis, in Standard Edition, vol. 23, pp. 255-274.

 

Menninger K.A. (1938), Man Against Himself, Harcoort Brace, New York.

 

Ong WJ. (]982), Orality and Literacy. The Techoologizing of the Word, Methoen, London and New York.

 

Peirce CS. (1878), Abduction and Induction, in Philosophical Writings of Peirce, Dover, New York 1955.

 

 

 

Introduzione

 

Non ricordo neppure come e quando venni a sapere che un'intera comunità si era praticamente estinta, avvelenandosi col cianuro, in un posto sperduto nella giungla della Guyana.

 

In quel periodo mi trovavo, per la prima volta, fuori casa e mi sentivo spaesato.

 

Prestavo servizio, come Ufficiale Medico di complemento, negli Stabilimenti Militari di Prevenzione e di Pena di Gaeta. Visitavo ogni giorno gruppi di giovani: soldati di leva (trasformati in guardie carcerarie) e Testimoni di Geova (detenuti perché rifiutavano sia il servizio militare che quello civile). Partecipavo al profondo disagio di entrambi e, tra una visita e l'altra, sentivo raccontare dagli "anziani" storie di carcere e di criminali nazisti. Intorno a me avvertivo il fascino e l'orrore delle antiche prigioni, così simili ai manicomi, a me ben più familiari.

 

Ricordo però che la notizia perturbante del massacro nella giungla mi provocò, allora, solo un moto di insofferenza per la stupidità umana, per l'insensatezza di una tale tragedia.

 

Senza rendermene conto, ero caduto nel facile gioco dei mass media, mi ero lasciato ingannare dal gusto dell'orrido e del bizzarro con cui la notizia era stata diffusa e, nel giro di pochi giorni, definitivamente liquidata.

 

Ad esempio, la versione italiana di un instant book, pubblicato subito dopo l'evento, recava un sottotitolo tanto sensazionalistico ("La vera storia del Tempio del Popolo e dell'orgia suicida") quanto fuorviante (Kilduff e Javers, 1978). Con piccoli slittamenti terminologici il Tempio dei Popoli era diventato il Tempio del Popolo, così come un complesso caso di omicidio-suicidio collettivo era stato fatto passare per un "suicidio di massa". Tutto convergeva, nella manipolazione inconsapevole dell'evento compiuta dai mass media, verso l'evitamento di una presa di coscienza da parte del pubblico dei molteplici, inquietanti, significati della tragedia.

 

Infatti, se la cosa riguardava un popolo perché occuparsene? Tanto più che quel popolo, ormai, si era "suicidato in massa", e che nessun altro popolo nella storia aveva mai compiuto una cosa simile.

 

In questo straordinario caso di disconoscimento collettivo non c'è dubbio che il rinnegamento dei precedenti storici abbia giocato un ruolo importante.

 

«La gente cercò dei precedenti storici. Non esistevano» (Kilduff e Javers, 1978). «Giomalisti e sociologi, professionisti e dilettanti si misero alla macchina per scrivere o comparvero davanti ai microfoni a cercare di fare confronti. E fallirono... Non si trovò niente e nessuno che fornisse una chiave per la comprensione del mistero del reverendo Jones [il leader carismatico della comune]» (Caen, 1978). Così recitava la già citata "vera storia del Tempio del Popolo".

 

Molto prima dei cadaveri (congelati per mesi in celle frigorifere in una base militare americana, nell'attesa che qualcuno li reclamasse o qualche cimitero li accettasse), l'evento, mascherato dall'industria dell'informazione, fu sepolto nella nostra coscienza perché inspiegabile. Per conoscere, infatti, bisogna ricondurre qualcosa di ignoto al già noto (Freud, 1899), ma la "storia" del Peoples Temple era stata etichettata, sin dall'inizio, come "unica" e, come tale, inconoscibile. Che non vi sia una scienza del singolare, che non vi sia una scienza dell'evento, è infatti «uno dei punti più sicuri di una volgata teorica ancora dominante» (Morin, 1974).

 

Se il fatto, unico e inesplicabile, era una mostruosità senza precedenti, allora sembrava suggerire il messaggio dei mass media - non c'era che da condannarlo e prenderne le distanze in modo radicale.

 

I primi a farlo, proprio per oggettivare l'evento su cui dovevano scrivere, furono, naturalmente, i giornalisti. Ma essendo stati, loro malgrado, parte in causa, nella "guerra d'immagine" tra membri ed ex membri del Peoples Temple, essi non potevano non essere profondamente coinvolti, da un punto di vista emotivo, nella catastrofe di Jonestown.

 

Il Peoples Temple aveva dichiarato guerra alla stampa molto prima dell'attacco alla pista d'atterraggio nella giungla della Guyana, dove le pallottole della Red Brigade (la squadra armata di Jones, ammiratore delle Brigate Rosse italiane dopo il caso Moro) avevano colpito più professionisti dell'informazione che "traditori" della causa.

 

La dedica dell'instant book che ho già citato resta a testimoniare questo clima di elaborazione paranoide del lutto (Fornari, 1966), di ricerca di un capro espiatorio, e quindi la difficoltà ad avvicinare l'evento per conoscerlo, per riconoscervi altre responsabilità, al di là di quelle del Peoples Temple.

 

«Il nostro solo conforto - scrive in essa Kilduff - è stato quello di trovarci dalla parte del giusto nel rivelare la verità su di un episodio così diabolico e raccapricciante».

 

Buoni e cattivi sono così già divisi ed identificati: non c'è niente da chiarire, non c'è niente da studiare. La costruzione di un capro espiatorio e la condanna dell'evento incontravano, del resto, il favore di voci autorevoli.

 

La Guyana sentenziò che Jim Jones era l'unico responsabile del suicidio degli abitanti di Jonestown e rifiutò di dare sepoltura alle salme. Gli Americani finirono per riprendersele, ma fallirono nell'identificarne più di duecento. I morti della Guyana non sembrava appartenessero a nessuno se non, appunto, al "Tempio del Popolo", di un popolo estraneo a noi tutti, straniero. L'allora Presidente degli Stati Uniti commentò la tragedia dicendo: «Credo non ci sia bisogno di deplorare, a nome della Nazione, il fatto che la così detta setta di Jonestown fosse tipicamente americana, perché non è vero»; e sottolineò che l'evento non si era verificato nel territorio nazionale (Wooden, 1981). Allo stesso modo la stampa mondiale non ha esitato a rinnegare ogni prossimità con quei morti. Essi riguardavano, sempre e comunque, qualcun altro: gli Americani, la California, il capitalismo, il tradimento di Cristo...

 

Credo che questo messaggio, unanimemente diffuso in versioni diverse (a secondo del punto di vista politico o religioso dei commentatori), sia giunto nel profondo di ognuno di noi ed abbia scoraggiato ogni indagine (giudiziaria, politica, scientifica).

 

 

Arturo Domenico Nesci

 

 

 

Arturo Domenico Nesci, specializzato in Psichiatria, Criminologia Clinica e Psichiatria forense, Training Psicoanalitico. Ha insegnato a Stanford-UCLA e Harbor-UCLA. Attualmente lavora al Policlinico "A. Gemelli", Istituto di Psichiatria e Psicologia.

 

 

 

 

Si ringrazia Alessia Guidi per la trascrizione delle pagine 7- 8 e 13 -14.