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Congresso Internazionale ICSA 2011

Recensione di Raffaella di Marzio


 

Aula Magna: Saluti iniziali
Ho partecipato recentemente al Congresso Internazionale promosso da ICSA (International Cultic Studies Association), Info-Cult/Info-Secte, A.I.S. (Atención e Investigación de Socioadicciones), e Università di Barcellona dal 7 al 9 Luglio 2011, sul tema Psychological Manipulation, Cultic Groups, Social Addictions and Harm.  Il Congresso è stato un successo sia come numero di partecipanti che come qualità dei contributi presentati ed efficienza dell'organizzazione (Vedi Galleria Foto).
 
Dispiace segnalare che nessuno degli esponenti italiani della FECRIS (European Federation of Centres of Research and Information on Sectarianism) era presente. C'erano invece esponenti della FECRIS di altri paesi europei. Gli italiani presenti erano tre: oltre a  Cristina Caparesi e alla sottoscritta c'era Don Alessandro Olivieri Pennesi, che, nella sessione Are there Cultic Aberrations in the Catholic Church? ha presentato un contributo dal titolo:  Are there Cults in the Catholic Church?
 
Purtroppo non ho potuto seguire tutte le sessioni, ma vorrei fare qualche considerazione su quelle a cui ho partecipato come relatrice e come spettatrice.
 
Innanzitutto vorrei dire che  il titolo del Congresso non esprime la grande varietà e complessità di contributi che sono stati presentati. In particolare non mette in evidenza il fatto che in diverse sessioni e in diversi contributi non si è affatto parlato di  "danno" o "manipolazione", ma di prevenzione, formazione, educazione e mediazione.
 
 
Patrick Ryan e William Goldberg
La prima sessione a cui ho partecipato è stata quella che si è tenuta al mattino del primo giorno, il 7 luglio.Titolo della sessione era: A Loved One in a Group? Dealing with Alarm and Assessing the Problem. A dirigere la sessione erano W. Goldberg e Patrick Ryan.
 
Si discuteva sul come aiutare un familiare che si trova a fronteggiare l'affiliazione di un congiunto a un gruppo settario. Le domande venivano poste dai presenti che erano protagonisti di situazioni difficili, spesso fonte di grandi sofferenze personali.
Di fronte a queste richieste di aiuto da parte di persone sofferenti i due relatori si sono sforzati di far comprendere  che l'affiliazione va affrontata per quello che è: un conflitto familiare in cui la "setta" ha sicuramente un ruolo ma anche i singoli e il gruppo familiare fanno la loro parte nella dinamica conflittuale. Il problema va dunque affrontato nella sua complessità senza indulgere a facili semplificazioni che permettono di attribuire tutte le "colpe" dell'allontanamento del familiare alla "setta".
 
Mentre ascoltavo queste interessanti discussioni riflettevo sul fatto che entrambi i relatori stavano presentando un punto di vista molto simile al mio e molto diverso da quello attuato e promosso dalla maggior parte delle persone che si occupano di "sette" in Italia.
 
 
Langone, Millar, Caparesi, Di Marzio
Nel pomeriggio del primo giorno, 7 luglio, si è tenuta la prima delle due sessioni dedicate al tema: Applying Conflict Resolution and Mediation to Cultic and Related Problems -  What is Conflict Resolution and How Does It Differ from Mediation? in cui sono stata relatrice insieme a Patricia Millar e Cristina Caparesi. Le tre relazioni avevano un denominatore comune che era quello di esporre una via alternativa alla gestione dei conflitti  legati alla diffusione di culti e religioni alternative.
 
Il successo della sessione  è stato sottolineato da tutti i partecipanti tra cui la Prof. Eileen Barker, una figura eminente nel panorama accademico (docente emerita alla London School of Economics), Michael Langone (direttore esecutivo dell'ICSA), Steve Hassan, altra figura molto conosciuta e stimata nell'ambiente  e autore di libri che hanno fatto  la storia in questo specifico settore.  
 
Il moderatore, Mike Kropveld, ha avuto difficoltà a dare la parola a tutti perchè le domande erano veramente molto numerose. Al termine della sessione ci ha ringraziato e ha sottolineato come il successo di una sessione di lavoro si misuri anche dall'interesse del pubblico e dal numero di domande che vengono fatte ai relatori.
 
 
A proposito del dibattito successivo alla presentazione delle tre relazioni, ricordo unaMike kropveld domanda che è stata fatta a me da un genitore che da molti anni ha perso una figlia a causa di una "setta". Il suo è uno di quei casi, che purtroppo si verificano, nei quali, come ho specificato all'inizio della mia relazione non è possibile tentare alcuna mediazione per arrivare alla risoluzione del conflitto poichè chi sta da una parte della "barricata" non vuole  comunicare con la parte "avversa". Se non c'è la volontà da parte di tutte le parti in causa non è possibile il dialogo e chi dovrebbe facilitare il processo di mediazione ovviamente non può agire in alcun modo. Uno degli elementi fondanti del processo di mediazione è il rispetto, da parte di chi funge da mediatore,  verso tutte le persone coinvolte e verso la loro libera volontà di scelta.
 
 
 
Mike Kropveld e Anuttama Dasa
 
La seconda parte della sessione  Applying Conflict Resolution and Mediation to Cultic and Related Problems ha preso in considerazione un caso concreto: Changing Groups Through Dialogue: A Macro Approach to Conflict Resolution - The case of ISKCON. Il moderatore era sempre Mike Kropveld, mentre a presentare il caso è stato Anuttama Dasa, Director of Communications for the International Society for Krishna Consciousness (ISKCON). I relatori della prima parte della sessione erano presenti per porre domande al rappresentante di ISKCON o offrire ulteriori contributi. Alle relatrici della prima parte si è aggiunta Eileen Barker.
 
 
 
 
Il racconto di Anuttama è stato molto interessante. Nel mio intervento ho sottolineato come il caso descritto è stato un esempio di "face-to-face communication" molto ben riuscito in cui i due protagonisti sono stati Michael Langone e Anuttama Dasa, due persone che, secondo punti di vista ristretti ed etnocentrici (nel senso di chi come "pietra di paragone" prende sempre e solo la sua cultura di appartenenza), avrebbero dovuto essere antagoniste e nemiche perchè impegnate su fronti contrapposti. Anuttama ha dato una risposta chiara e sintetica alla mia domanda "Secondo lei qual'è la caratteristica più importante che dovrebbe avere un mediatore?". Ha risposto, semplicemente:  "l'imparzialità". 

Era proprio quello che avevo sottolineato alla fine della mia relazione del mattino quando, concludendo, ho affermato, sulla scia di importanti autori che hanno intrapreso questa strada da decenni, che la comunicazione face-to-face può essere utile se viene facilitata solo da un mediatore che non intende forzare o attaccare nessuno. Il mediatore è la figura-chiave in questo contesto, la sua principale dote deve essere il rispetto per l'essere umano senza alcuna discriminazione. 
 
 
Nella sintesi finale ho utilizzato le parole di uno studioso che si è occupato di mediazione dei conflitti per decenni, John Burton: "Dovremmo imparare a vedere il conflitto come un problema da risolvere e non come una partita da vincere".
Eileen Barker
 
Le altre due sessioni a cui ho partecipato sono: quella in cui ha relazionato Don Alessandro Olivieri Pennesi e quella in cui ha presentato la sua relazione Eileen Barker.
Quest'ultima ha presentato uno studio molto interessante sull'invecchiamento dei membri di gruppi religiosi che si sono affiliati da giovani, alcuni decenni fa, e sui problemi di questa categoria di membri ed ex membri che, oggi in età avanzata, non hanno una pensione nè un aiuto finanziario perchè in età giovanile non si sono preoccupati del loro futuro: il gruppo di cui facevano parte  non riteneva il "futuro" come un problema degno di essere affrontato.  
 
Il contributo di Eileen Barker è stato importante perchè ci ha illustrato come di questo problema ha parlato con i responsabili di quattro movimenti religiosi in un incontro avvenuto nella sede di INFORM (The Information Network on Religious Movements) alla London School of Economics. Dunque, la Prof. Eileen Barker è un'altra studiosa che "parla con le sette". Ho avuto modo di parlare con lei diverse volte negli ultimi anni, sono andata a visitare la sede di INFORM, ho conosciuto i suoi principali collaboratori, appreso del loro metodologia, consultato la loro biblioteca e ho così avuto un' ulteriore conferma di quanto le etichette che attribuiamo alle persone possano rivelarsi false, specialmente se, con quelle persone, non si vuole dialogare.
 


Venerdì 8 Luglio, dopo l'ultima sessione, c'è stata la proiezione di un documentario molto drammatico e molto interessante: GOD WILLING, seguito da un dibattito con il suo produttore: Evangeline Grieco. Abbiamo ascoltato le storie autentiche (con i veri protagonisti) di genitori e parenti i cui figli sono improvvisamente andati via di casa per diventare "Fratelli" e "Sorelle" di un gruppo religioso molto chiuso e settario, rinunciando completamente alle loro vite  passate e al mondo, senza mai guardarsi indietro. Questo gruppo è conosciuto come "The Church" oppure "The Brotherhood", fondato da Jim Roberts.

Anche il nipote di Evangeline Grieco si era affiliato, come altri giovani,  e poi lo ha lasciato. Questo gruppo aveva agli inizi un centinaio di membri, oggi ne ha tra 40 e 60 in tutto. Negli ultimi 15 anni alcuni genitori si sono uniti e sono riusciti ad aiutare circa 75 ragazzi ad abbandonare il movimento. 

Nel documentario si rivivono le peripezie di una madre che, dopo anni, finalmente ritrova sua figlia dopo averla creduta morta e averla cercata ovunque. La scena commovente è quella in cui la ragazza abbraccia sua madre mentre è intenta a fare proselitismo e a  lavorare per il suo leader. Tuttavia questa madre, dopo averla salutata e abbracciata rimane con lei un pò di tempo, e poi la saluta, consolata per il solo fatto di averla rivista.

Nel documentario i genitori che cercano i propri figli, e che qualche volta li trovano e qualche volta no, si mostrano sempre molto affettuosi e ripettosi della volontà dei loro figli anche quando  volentieri li riporterebbero a casa  senza troppi complimenti e contro la loro volontà. Il documentario non mette in evidenza solo le grandi sofferenze dei genitori, ma anche la profonda fede dei giovani nel messaggio religioso che il loro leader gli ha comunicato.

Concludendo, la partecipazione a questo congresso è stata per me un'esperienza particolarmente arricchente e credo di interpretare anche le impressioni di altri convegnisti dicendo che è stata un'occasione  per apprendere e confrontarsi tra persone che hanno esperienze  e metodologie di approccio diverse.

La mia speranza è che nel nostro paese si possa imparare a condividere conoscenze ed esperienze anche con i colleghi che si trovano all'estero superando così quel provincialismo e quella "chiusura mentale"  che spesso contraddistingue gli operatori nostrani e con la quale ho avuto modo di scontrarmi ripetutamente.

Sembra proprio che in Italia non si riesca a dialogare/mediare neanche tra persone che si trovano dalla stessa parte della "barricata": c'è, di conseguenza, molta strada ancora da fare e mi auguro che ci sia qualcuno disposto, come me,  a mettersi in cammino.