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Uscire dalla Torre d’Avorio: un impegno sociologico nella "guerra alle sette"

Traduzione in italiano dell'articolo di Eileen Barker "Stepping out of the Ivory Tower: A Sociological Engagement in ‘The Cult Wars’ ".Eileen Barker

La Prof. Barker, del Dipartimento di Sociologia della London School of Economics, è la fondatrice di INFORM, una ONG indipendente che fa uso della metodologia delle scienze sociali per fornire informazioni quanto più affidabili e obiettive sulle minoranze religiose

L’articolo originale in lingua inglese è stato pubblicato da  Methodological Innovations Online (2011) 6(1) 18-39,  a QUESTO INDIRIZZO.

Traduzione a cura di Simonetta Po,  pubblicata con il permesso dell’autrice e dell’editore.

E’ vietata ogni riproduzione.

  


 

Abstract

Il presente articolo descrive come una ricerca condotta negli anni ’70 su un nuovo movimento religioso, portò l’autrice a ritrovarsi attrice nella “guerra delle sette” assieme a gruppi diversi in competizione per far accettare a politici e opinione pubblica la propria costruzione dell’immagine dei movimenti. I principali attori furono i movimenti stessi, i loro oppositori – sotto forma di svariati gruppi di “osservazione delle sette” [cult-watching groups] – e i media. Critica sulla natura selettiva di quelle immagini, e preoccupata dall’impatto che esse avevano sulla “scena settaria” [cultic scene], l’autrice fondò Inform, ONG indipendente che fa uso della metodologia delle scienze sociali per fornire informazioni quanto più affidabili e obiettive sulle minoranze religiose. L’articolo descrive alcune delle battaglie che ne seguirono, concentrandosi sulle questioni metodologiche che l’autrice ha dovuto affrontare nel condurre le sue ricerche fuori dalla Torre d’Avorio.

 


 

Questa è una storia personale, ma è una storia che racconta di una carriera in cui “fare sociologia” ha significato uscire dalla Torre d’Avorio dell’università, nel senso che ho sempre preferito l’intervista e l’osservazione allo starsene seduti in una biblioteca o allo snocciolare numeri davanti a un monitor, benché abbia fatto la mia parte di entrambi. Ho però sempre portato con me la Torre d’Avorio nella misura in cui ho sempre cercato di impiegare nella mia ricerca i metodi delle scienze sociali. Mi sono portata appresso la Torre d’Avorio anche perché per buona parte degli ultimi trentacinque anni sono stata partecipante attiva in quella che è diventata famosa come “guerra delle sette”, discutendo sul fatto che se si vogliono acquisire informazioni affidabili, equilibrate e oggettive, la metodologia delle scienze sociali è palesemente superiore a quella della maggioranza dei media e anche all’esperienza personale[1] Questo mi è stato ovviamente possibile grazie alla fondazione di Inform, organizzazione indipendente senza fini di lucro con sede alla London School of Economics.[2]

[…]

Ero ingenuamente convinta che le informazioni che stavo raccogliendo sarebbero state di interesse della FAIR, un “osservatorio sulle sette” [cult-watching group] istituito in Inghilterra nel 1976 che prestava particolare attenzione alla Chiesa dell’Unificazione (Beckford 1985; Arweck 2006).[3] Mi sbagliavo. La FAIR (acronimo di Famiglia, Azione, Informazione e Recupero) non voleva saperne.  Aveva il suo proprio programma [agenda] e non era interessata ai risultati di una sociologa le cui conclusioni non coincidevano con le sue. Le famiglie in cerca di aiuto che si rivolgevano alla FAIR si sentivano verosimilmente dire che i loro cari erano stati plagiati e che non sarebbero riusciti a rivederli a meno di adottare misure drastiche per recuperare la vittima, e parecchi dei principali membri della FAIR erano essi stessi coinvolti in attività di deprogrammazione illegale. In un’occasione, la deprogrammazione fu dimostrata pubblicamente alla televisione nazionale. Nel 1987 un membro del comitato FAIR fu condannato per rapimento e lesioni fisiche ai danni di uno scientologist 32enne che aveva cercato di deprogrammare. La FAIR modificò la sua dicitura in Famiglia, Azione, Informazione e Risorse nel 1994 quando, grazie forse e in parte al lavoro degli scienziati sociali, fu deciso che la pratica della deprogrammazione involontaria attuata da alcuni dei suoi membri non era più accettabile. La deprogrammazione involontaria continua a essere usata in Giappone, ma è ora raramente praticata in Occidente (Barker 1989; Associazione Giapponese delle Vittime 2010).

Io stessa fui accusata dalla FAIR, e dai media a cui essa forniva informazioni, di essere una Moonie – o di essere una volonterosa “apologista delle sette” o, nella migliore delle ipotesi, una che si faceva ingenuamente usare dal movimento per portare avanti i suoi scopi. Il mio primo peccato era stato quello di contestare la diffusa credenza secondo cui la Gran Bretagna fosse invasa da decine, se non da centinaia di migliaia di Moonie. Quando dissi in trasmissione che in tutto il  paese i Moonie erano meno di centocinquanta, la stazione radiofonica fu presa d’assalto da ascoltatori indignati tra cui il Presidente della FAIR, il quale protestò affermando di essere a conoscenza di centinaia di persone che si erano affiliate al movimento, e che bastava andare in una qualsiasi strada commerciale affollata per vederli distribuire opuscoli e adescare i giovani per portarli al loro centro locale.

La mia replica fu che se anche fossero state centinaia le persone che avevano aderito al movimento (piuttosto che limitarsi a incontrare un unificazionista per strada), l’alto tasso di turn-over che avevo osservato poteva spiegare coerentemente il basso numero di unificazionisti e, in secondo luogo, che la visibilità non riflette necessariamente la realtà [...].

 

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[1] Con questo non si vuole negare nemmeno per un istante che l’esperienza personale costituisca una parte essenziale, in realtà necessaria, dell’investigazione scientifica sociale. È solo che, da sola, essa può risultare in una fotografia distorta di un insieme molto più ampio. 

[2] Information Network Focus on Religious Movements: www.Inform.ac

[3] Il termine generico “cult-watching group” [osservatorio sulle sette] è utilizzato per descrivere qualunque gruppo la cui esistenza sia motivata da un interesse nei nuovi movimenti religiosi – ampiamente definiti. La categoria può essere ulteriormente suddivisa in gruppi con differenti tipi di interesse nei movimenti: alcuni positivi, altri negativi, altri ancora più teologicamente ed eticamente neutrali (Barker 2002).